117 milioni in fuga: alla vigilia della Giornata del Rifugiato, il mondo fa i conti con se stesso

Tra tre giorni, il 20 giugno, si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Quest’anno la ricorrenza ha un peso specifico diverso: coincide con il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951, il trattato internazionale che, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, pose le fondamenta del diritto d’asilo moderno. Settantacinque anni dopo, con oltre 117 milioni di persone nel mondo costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e violenze, vale la pena fermarsi a guardare dove siamo arrivati.

La Convenzione che regge il mondo (per ora)
Il 28 luglio 1951, a Ginevra, 149 Stati firmarono un patto che sembrava ovvio: chi fugge per salvarsi la vita non può essere rispedito indietro. Il principio si chiama non-refoulement — non respingimento — ed è il cuore pulsante della Convenzione. Oggi quei 149 Stati rappresentano la quasi totalità delle nazioni del mondo, ma restano ancora 46 Paesi che non hanno aderito, e l’UNHCR continua a chiederne la firma.
Il problema non è solo chi manca all’appello: è che anche molti firmatari applicano la Convenzione in modo sempre più elastico. Muri, accordi di esternalizzazione, procedure accelerate, centri di detenzione. La “vecchia signora” del diritto internazionale regge ancora, ma scricchiola sotto la pressione di un mondo che produce rifugiati a un ritmo che il 1951 non poteva immaginare.
117 milioni: È il dato aggiornato dell’UNHCR, che verrà ufficialmente rilasciato nel Global Trends Report di quest’anno. Per dare una misura: è come se l’intera popolazione italiana — due volte — fosse in fuga contemporaneamente.
In Italia la situazione è più articolata di quanto il dibattito pubblico spesso lasci intendere. Secondo i dati ISMU, nel 2026 vivono nel nostro Paese 6,4 milioni di stranieri, di cui circa 339mila in condizione irregolare. Al 22 maggio erano sbarcati 9.934 migranti, tra cui 1.829 minori non accompagnati. Ma dietro i numeri degli sbarchi c’è una realtà più silenziosa e strutturale: il Decreto Flussi 2026-2028 prevede l’ingresso regolare di 497.550 lavoratori stranieri nei settori edilizia, agricoltura e turismo, perché il mercato del lavoro italiano semplicemente non funziona senza di loro. Gli stranieri rappresentano l’11% della forza lavoro nazionale.
Da oggi, 17 giugno, fino al 19 luglio, alla Fondazione Luigi Rovati di Milano è aperta la mostra “Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo” — un progetto di Fondazione Imago Mundi realizzato con il patrocinio dell’UNHCR.
264 artisti che vivono o hanno vissuto nei campi rifugiati di Bangladesh, Kenya, Uganda, Malawi, Rwanda, Siria, Giordania. 284 opere in formato 10×12. Storie raccolte tra il 2022 e il 2024 in diciotto tra i più grandi campi profughi del pianeta. Non fotografia del dolore, ma espressione di vita, identità, resistenza. L’arte come prova che chi fugge non è una categoria astratta, ma una persona con una storia, un talento, un futuro possibile.
È esattamente il tipo di iniziativa che il terzo settore italiano sa costruire quando lavora bene: non solo assistenza, ma restituzione di umanità e dignità.
Domani, 18 giugno, l’UNHCR terrà un evento istituzionale al Campus Luiss di Roma per premiare le aziende italiane che favoriscono l’inserimento lavorativo dei rifugiati. Un segnale concreto che l’integrazione non è solo un tema da convegno: è una pratica possibile, misurabile, replicabile.
A tre giorni dalla Giornata Mondiale, il messaggio che arriva dall’Italia del volontariato, delle ONG e del terzo settore è chiaro: l’accoglienza funziona quando è accompagnata da lavoro, formazione, cultura. Non nonostante i numeri, ma attraverso di essi.

75 anni dopo, la domanda resta la stessa
La Convenzione di Ginevra nacque da una domanda semplice e urgente: cosa deve fare il mondo con chi è costretto a fuggire? Settantacinque anni dopo, quella domanda è più carica di prima. Le risposte che le democrazie occidentali stanno dando — muri, accordi con i Paesi di transito, retorica del “blocco degli sbarchi” — dicono qualcosa su chi siamo diventati.
La Giornata del Rifugiato non è una celebrazione. È un promemoria.

dalla Redazione
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