Sessant’anni dopo il fango: Firenze e l’alluvione del 1966

Dalla notte in cui l’Arno invase la città alla commemorazione con il Capo dello Stato: memoria, solidarietà e una lezione sulla fragilità del territorio che resta attuale.

Il 4 novembre 1966 era un venerdì di festa. Le scuole erano chiuse, molti negozi abbassati, la città si preparava a celebrare la Giornata delle Forze Armate. All’alba, dopo giorni di pioggia ininterrotta, l’Arno ruppe gli argini e si riversò nel cuore di Firenze, trasformando strade e piazze in fiumi di acqua, fango e nafta. Sessant’anni dopo, la città ha scelto di ricordare quella data non solo come una tragedia, ma come il momento in cui Firenze scoprì quanto fosse vulnerabile e, insieme, quanto fosse amata.

La notte tra il 3 e il 4 novembre
Le precipitazioni eccezionali di quei giorni avevano gonfiato l’intero bacino. Nella notte la piena investì prima il Casentino e il Valdarno, poi raggiunse Firenze. In poche ore l’acqua superò le spallette dei lungarni e dilagò nei quartieri storici: Santa Croce, San Frediano, il Gavinana, l’area intorno alla Biblioteca Nazionale. In alcuni punti del centro il livello superò i cinque metri, come ricordano ancora oggi le targhe affisse sui muri delle case.

Al fango si mescolò il gasolio fuoriuscito dalle cisterne del riscaldamento, che lasciò su facciate, affreschi e libri una patina nera difficilissima da rimuovere. Il bilancio umano fu di 35 vittime tra il capoluogo e la provincia: l’ultima, Mario Maggi, è stata riconosciuta ufficialmente soltanto nel 2023, 57 anni dopo. Migliaia di famiglie persero casa, botteghe, laboratori artigiani.

Nelle ore più difficili Palazzo Vecchio divenne il centro di comando di una città isolata. Il sindaco Piero Bargellini raccolse appelli e richieste d’aiuto arrivati via radio dai quartieri sommersi, e il suo nome sarebbe rimasto legato per sempre a quei giorni.

Gli angeli del fango
Se l’alluvione è entrata nella memoria collettiva non solo come catastrofe, il merito è di chi venne a spalare. I primi volontari furono gli stessi fiorentini, ma nel giro di pochi giorni arrivarono migliaia di ragazzi e ragazze da tutta Italia e dall’estero: studenti, giovani lavoratori, universitari stranieri che si trovavano in città. Secondo il comitato promotore delle celebrazioni, i volontari giunsero da circa 70 Paesi.

Li chiamarono “angeli del fango”. Liberarono cantine e strade, formarono catene umane per portare in salvo volumi e documenti, lavorarono accanto ai militari, ai vigili del fuoco e ai radioamatori che tenevano in contatto la città con il resto del Paese. Per molti di loro fu un’esperienza fondativa, un’educazione civile vissuta con gli stivali nel fango.
Un patrimonio da salvare

Firenze non è una città qualunque, e il mondo lo capì subito. L’acqua aveva raggiunto il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, le formelle della Porta del Paradiso del Battistero, migliaia di dipinti, sculture e manoscritti. Alla Biblioteca Nazionale Centrale e all’Archivio di Stato furono sommersi chilometri di scaffali.

Da quell’emergenza nacque una stagione straordinaria per il restauro. Tecniche, laboratori e competenze sviluppati per salvare il patrimonio fiorentino hanno fatto scuola a livello internazionale. È un lavoro che, in parte, non è mai finito: l’Ultima Cena di Giorgio Vasari è tornata in Santa Croce solo nel 2016, per il cinquantenario, e ancora oggi gli archivi continuano a recuperare, riordinare e restaurare fondi danneggiati in quei giorni.

Il sessantesimo: una città che ricorda
Per questo anniversario Comune, Regione Toscana, Città Metropolitana e Università di Firenze hanno firmato un protocollo d’intesa e costituito un comitato promotore unico, con un programma che si estende fino ai primi mesi del 2027.

La giornata del 4 novembre si aprirà con la Messa di suffragio per le vittime nella basilica di Santa Croce, presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti con l’arcivescovo Gherardo Gambelli. Dalla basilica un corteo raggiungerà Ponte alle Grazie, dove la sindaca Sara Funaro e il presidente della Regione Eugenio Giani deporranno una corona di fiori nell’Arno.

Nel pomeriggio, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, la commemorazione istituzionale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Accanto alle cerimonie, la memoria passa per mostre e incontri. L’Archivio di Stato di Firenze, con la Fondazione CR Firenze, ha inaugurato “Ri-emergere. 1966-2026. L’alluvione di Firenze in Archivio”, aperta fino al 6 febbraio 2027, costruita anche grazie ai ricordi, alle fotografie e ai documenti condivisi dai cittadini attraverso una call pubblica. L’Università dedica un incontro all’eredità dei “Mud Angels” con le università statunitensi presenti in città nel 1966, mentre teatri, testate giornalistiche e scuole propongono spettacoli, speciali editoriali e percorsi didattici.

La lezione che resta
Sessant’anni dopo, l’anniversario lascia due domande aperte. La prima riguarda la sicurezza: dopo il 1966 sono stati realizzati interventi sull’alveo dell’Arno e opere di laminazione delle piene, ma con il cambiamento climatico gli eventi estremi sono diventati più frequenti e il rischio non può dirsi scongiurato. La prevenzione resta un cantiere aperto, che chiede continuità di investimenti e di attenzione.

La seconda riguarda la comunità. C’è chi osserva che proprio dall’alluvione è cominciato il lento svuotamento del centro storico, oggi messo alla prova dalla pressione turistica e dagli affitti brevi. La Firenze che nel 1966 si salvò grazie ai suoi abitanti e alla solidarietà del mondo si interroga su come restare una città viva, abitata, capace di riconoscersi.

Forse è questo il senso più profondo di un anniversario che non vuole essere solo celebrazione: ricordare che il patrimonio di Firenze non sono soltanto le sue opere d’arte, ma i legami tra le persone che, quando l’acqua è salita, hanno scelto di non andarsene e di rimboccarsi le maniche.

dalla Redazione
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