Midterm 2026: l’onda democratica travolge il Congresso


I Democratici conquistano Camera e Senato e la maggioranza dei governatori. Per Trump è la fine del controllo totale di Washington. Ancora aperte le sfide in Alaska e Mississippi.


Dati aggiornati a venerdì 6 novembre 2026 (ora USA). Lo spoglio è ancora in corso in diversi collegi: i numeri sono provvisori.


WASHINGTON – Doveva essere un voto di metà mandato difficile per il partito del presidente. È stata una disfatta. Nelle elezioni di martedì 3 novembre i Democratici hanno strappato ai Repubblicani entrambe le camere del Congresso, chiudendo dopo appena due anni il «trifecta» – Casa Bianca, Senato e Camera – conquistato da Donald Trump nel 2024. Secondo le proiezioni dell’Associated Press, il partito ha superato quota 250 seggi alla Camera e si è assicurato almeno 54 seggi al Senato, con vittorie in Stati che non eleggevano un democratico da decenni.

La notte elettorale ha disegnato una mappa che pochi analisti avevano previsto: Texas, Kansas, Iowa, Ohio e Carolina del Sud sono entrati nella colonna democratica, mentre in Mississippi e in Alaska la partita resta aperta per poche centinaia o migliaia di voti.

Camera: la maggioranza più ampia dal 2008
Alla vigilia del voto la Camera uscente contava 218 Repubblicani, 214 Democratici, un indipendente e due seggi vacanti: ai Democratici bastava un pugno di seggi per ribaltarla. Il conteggio è andato ben oltre. Venerdì l’Associated Press e le principali reti attribuivano ai Democratici circa 252-253 seggi contro 157-162 dei Repubblicani, con una ventina di collegi ancora da assegnare. Secondo la CNN si tratta della maggioranza democratica più ampia dal 2008, e oltre 30 deputati repubblicani uscenti hanno perso il seggio.

Il risultato è arrivato nonostante la campagna di ridisegno dei collegi a metà decennio voluta dai Repubblicani, a partire dal Texas, per guadagnare seggi: un’operazione che diversi osservatori ora definiscono un boomerang.
Il leader democratico Hakeem Jeffries (New York) è destinato a diventare Speaker al posto del repubblicano Mike Johnson: sarebbe il primo afroamericano a ricoprire la terza carica dello Stato. Il 120° Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027.

Senato: sette seggi ribaltati, due ancora in bilico
La vera sorpresa è arrivata al Senato, considerato alla vigilia più difficile da conquistare. I Repubblicani partivano da un vantaggio di 53 a 47; ai Democratici serviva un guadagno netto di quattro seggi. Ne hanno strappati almeno sette:
Texas – James Talarico batte Ken Paxton: prima vittoria democratica in una sfida statale in Texas da oltre trent’anni.
Kansas – Adam Hamilton sconfigge il senatore uscente Roger Marshall: il primo senatore democratico del Kansas dal 1932.
Maine – Troy Jackson batte Susan Collins, in Senato da quasi trent’anni.
Ohio – Sherrod Brown torna al Senato sconfiggendo Jon Husted.
Carolina del Nord – l’ex governatore Roy Cooper conquista il seggio lasciato da Thom Tillis.
Iowa – Josh Turek batte la deputata Ashley Hinson nella corsa per il seggio aperto.
Carolina del Sud – Annie Andrews supera Darline Graham, nominata a luglio dopo la morte del fratello Lindsey Graham.

In Michigan Abdul El-Sayed ha battuto Mike Rogers mantenendo il seggio ai Democratici: diventerà il primo senatore musulmano della storia americana. I Repubblicani hanno tenuto, tra gli altri, West Virginia, Florida, Wyoming, Kentucky, Oklahoma, Arkansas, Alabama, Tennessee e Dakota del Sud.
Il bilancio provvisorio è di 54 seggi democratici (compresi due indipendenti che votano con il partito) contro 44 repubblicani. Con la maggioranza, i Democratici potranno bloccare molte nomine dell’amministrazione, comprese quelle giudiziarie e un eventuale posto alla Corte Suprema.

I due fronti aperti: Mississippi e Alaska
Mississippi. Il democratico Scott Colom, procuratore distrettuale, è avanti di 2.574 voti sulla senatrice uscente Cindy Hyde-Smith (467.930 contro 465.356, dati AP di venerdì sera). Il Mississippi è l’unico Stato americano senza una procedura di riconteggio, e nessuno sa con certezza quante schede provvisorie restino da verificare. La scadenza per la certificazione è il 13 novembre. Se vincesse, Colom sarebbe il primo democratico eletto al Senato dallo Stato dal 1982 e il primo senatore nero del Mississippi dai tempi della Ricostruzione.
Alaska. La democratica Mary Peltola guida su Dan Sullivan per meno di 700 voti, con circa tre quarti delle schede scrutinate. Se nessuno supera il 50%, il 18 novembre scatterà lo spoglio con voto preferenziale (ranked choice). La sfida è segnata dal caso del «secondo Dan Sullivan», un omonimo in lista: Trump lo ha definito un impostore e il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa per bloccare la certificazione in caso di sconfitta del senatore; un giudice federale ha respinto il ricorso, ma il governo ha presentato appello. Peltola nega ogni coinvolgimento.
Se entrambi i democratici dovessero spuntarla, il Senato si attesterebbe su 56 a 44.
Governatori e Stati: la mappa cambia anche in periferia

L’onda ha investito anche le elezioni nei 36 Stati che sceglievano il governatore. I Democratici, che partivano da 24 a 26, controllano ora almeno 28 governatorati contro 20, con Alaska e Kansas ancora da assegnare: è la prima maggioranza democratica dal 2010. Tra i ribaltamenti: Iowa (Rob Sand), Ohio (Amy Acton contro Vivek Ramaswamy), Georgia e Texas, dove Gina Hinojosa ha negato il quarto mandato a Greg Abbott. In Alabama è stato eletto governatore il democratico Doug Jones.

Anche le assemblee statali cambiano colore: i Democratici hanno conquistato il Senato della Pennsylvania (e con esso il controllo completo dello Stato), il legislativo dell’Arizona per la prima volta in sessant’anni e la Camera del Texas.

Perché è successo
Costo della vita, prezzi della benzina e la guerra in Iran hanno dominato la campagna. Secondo il sondaggio AP VoteCast, carovita e corruzione erano tra le prime preoccupazioni degli elettori, e il 70% chiede al Congresso di fare da contrappeso all’amministrazione Trump, arrivata al voto con indici di gradimento ai minimi.
Non è bastata la promessa del presidente di assegni da 5.000 dollari in caso di vittoria repubblicana in entrambe le camere, né la serie di comizi negli Stati conservatori. La storia, del resto, era contro il GOP: dal 1981 ogni presidente entrato in carica con il «trifecta» lo ha perso alle elezioni di metà mandato successive.

Le reazioni
Trump ha riconosciuto la sconfitta e ha detto al New York Times che accetterà i risultati, ma ha rivendicato di avere ancora il coltello dalla parte del manico grazie al potere di veto, pubblicando su Truth Social un cappellino rosso con la scritta «VETO». Ha attribuito le perdite al prezzo della benzina e al fatto di non essere lui stesso sulla scheda.
Per il leader democratico al Senato Chuck Schumer si tratta di un «rifacimento generazionale» della mappa del Senato. Il capogruppo repubblicano John Thune ha promesso che il suo partito non resterà a guardare mentre i Democratici cercano di smontare quanto fatto negli ultimi due anni; lo Speaker uscente Johnson ha parlato di una nuova battaglia appena cominciata.

I mercati hanno reagito con cautela positiva: in Svizzera l’indice SMI ha superato per la prima volta quota 15.000 punti.

Che cosa succede adesso
Dal 3 gennaio 2027 Trump governerà con un Congresso ostile per gli ultimi due anni del mandato. I Democratici avranno il potere di bloccare leggi e nomine e di avviare indagini parlamentari; il presidente conserva il veto, che il nuovo Congresso non ha i numeri per superare. Nei prossimi giorni restano da seguire la certificazione in Mississippi (entro il 13 novembre), lo spoglio preferenziale in Alaska (18 novembre) e la ventina di collegi della Camera ancora aperti.


dalla Redazione
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