Via il tetto, via le tasse: l’esercito dei “ruderi anti-Imu” cresce del 129%

C’è un modo, in Italia, per sottrarre un immobile alla tassazione patrimoniale: farlo letteralmente a pezzi. È il fenomeno che Confedilizia denuncia oggi sulla base degli ultimi dati dell’Agenzia delle Entrate sul patrimonio immobiliare nazionale, e i numeri raccontano un’emergenza silenziosa che dura da quindici anni.
Le cosiddette “unità collabenti” — i fabbricati totalmente in rovina, classificati in categoria catastale F/2 — hanno raggiunto nel 2025 quota 635.754, in crescita dell’1,1% rispetto alle 629.022 dell’anno precedente. Il dato diventa impressionante se confrontato con il 2011, anno di introduzione dell’Imu: allora i ruderi censiti erano 278.121. In quattordici anni l’incremento sfiora dunque il 129%.
Secondo l’associazione della proprietà immobiliare, la correlazione non è casuale. L’Imu si applica infatti anche agli immobili dichiarati inagibili o inabitabili, e smette di colpirli solo quando vengono formalmente riclassificati come ruderi. Il risultato, denuncia Confedilizia, è che accanto al degrado fisico dovuto al semplice trascorrere del tempo si registrano sempre più casi di abbandono deliberato — come la rimozione del tetto — messi in atto dai proprietari per sfuggire al prelievo su beni che, in aree ormai spopolate, hanno spesso un valore economico prossimo allo zero. Circa il 90% di questi edifici appartiene a persone fisiche.
“La politica non può continuare a ignorare che una parte significativa del nostro patrimonio immobiliare continua a deteriorarsi e in casi sempre più numerosi a divenire fatiscente”, ha dichiarato il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, sottolineando come si tratti di “una risorsa nazionale” da salvare attraverso politiche di rigenerazione urbana, riqualificazione e rilancio dei territori. Ma il nodo, per l’associazione, resta l’Imu stessa: una patrimoniale che grava ogni anno su beni privi di redditività, finendo per accelerarne il degrado invece di incentivarne il recupero.
Il caso riporta al centro un tema che tocca in modo particolare i piccoli centri dell’Appennino e delle aree interne, dove lo spopolamento e l’abbandono edilizio si alimentano a vicenda, e apre un fronte che difficilmente resterà confinato al dibattito tra addetti ai lavori nella prossima legge di bilancio.

dalla Redazione

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