| Ad Acireale un convegno multidisciplinare mette a fuoco la tesi che il 90% degli autistici adulti non lavori non per incapacità ma per assenza di un sistema che faccia incontrare persone e aziende. Le famiglie ci hanno provato da sole. Le aziende, finora, no. Solo il 10% delle persone autistiche over 20 lavora in Italia. Di queste, oltre il 70% senza compenso adeguato. Il tasso di disoccupazione degli adulti autistici sfiora l’80% a livello internazionale. È su questi numeri che si è aperto oggi il convegno “Il lavoro possibile. Competenze, contesti e occupazione nelle persone autistiche”, organizzato da “Un Futuro per l’Autismo”, AIAS Acireale, Comune di Acireale, Università Kore di Enna e Anffas Sicilia. La tesi centrale, espressa dal professor Giovambattista Presti (Università Kore di Enna), è netta: “Non è un problema di capacità. È un problema di contesto.” Il matching tra profilo della persona e mansione — non la percentuale di autistici assunti né il livello di supporto ambientale — è la variabile che predice la retention. Un’azienda che mette dieci persone autistiche nello stesso ruolo standard non produce inclusione: produce dieci fallimenti annunciati se quel ruolo è compatibile con due profili su dieci. Prima delle aziende, prima delle istituzioni, sono state le famiglie ad aprire la strada. Nico Acampora (genitore) ha fondato PizzAut: oggi 41 dipendenti autistici con contratto a tempo indeterminato, 8 food truck, appartamenti acquistati con gli utili per l’autonomia abitativa dei dipendenti. Il Tortellante di Modena, nato dalle famiglie Aut Aut, è l’unico caso italiano con uno studio peer-reviewed pubblicato. SbrisolAut a Mantova e N’Arancina Speciale a Caltanissetta completano il quadro di realtà nate tutte senza framework preesistente, costruendo l’expertise nel percorso. Il professor Rosario Faraci (Università di Catania) ha inquadrato il tema in chiave di management: i dati di SAP, JPMorgan e EY documentano incrementi di produttività fino al 92% e retention superiore al 90% quando i ruoli sono assegnati correttamente. Il professore Guglielmo Faldetta (Università Kore di Enna) ha introdotto la distinzione critica tra accomodamento e accessibilità: non si tratta di adattare la persona al processo, ma di riprogettare il processo. “Il diritto al lavoro deve precedere la generazione di valore.” L’avvocato Francesco Marcellino ha tradotto questo principio in termini operativi: l’accomodamento ragionevole non è un’eccezione concessa dall’azienda ma un obbligo derivante dal diritto antidiscriminatorio europeo, rafforzato dalla sentenza CGUE Bervidi (settembre 2025). Il commercialista Marcello Guadalupi ha portato la prospettiva dell’imprenditore: in un mercato del lavoro con occupazione ai livelli storici e natalità prossima allo zero, l’inserimento di persone autistiche in ruoli tecnici e artigianali è un calcolo di convenienza, non un appello morale. Le qualità descritte da Guadalupi, affidabilità, fedeltà all’organizzazione, assenza di abitudini pregresse da de-strutturare, autenticità nelle relazioni, sono esattamente le qualità che le aziende dichiarano di cercare e faticano a trovare. La professoressa Alessia Gabriele (Università Kore di Enna) ha segnalato il vuoto normativo che riguarda i familiari lavoratori: il sistema tutela chi assiste un disabile grave certificato, ma lascia senza protezione adeguata i caregiver di persone con neurodivergenza che non raggiunge quella soglia. La sentenza CGUE Bervidi apre uno spiraglio riconoscendo il diritto agli accomodamenti ragionevoli anche ai lavoratori che assistono un figlio disabile. Conclusione: “Serve una legge che riconosca il lavoro di cura come lavoro riproduttivo che produce valore sociale.” La categoria che ha attraversato l’intera giornata è quella del middleware: il layer mancante tra le famiglie, che conoscono il profilo della persona, e le aziende, che hanno i ruoli. AutAcademy rappresentano prototipi con tassi di assunzione del 60% nel primo anno, ma coprono ancora prevalentemente la preparazione della persona, non quella dell’azienda. Nel territorio siciliano, la lacuna è strutturale. I lavori si sono chiusi con una domanda senza risposta: “Nel vostro territorio, chi fa da middleware? E se non esiste ancora: chi lo costruisce?” Finora la risposta è stata: le famiglie. Con quello che avevano. La domanda vera è un’altra: fino a quando. dalla Redazione ©RIPRODUZIONE RISERVATA |
AUTISMO E LAVORO: IL SISTEMA ITALIANO HA UN PROBLEMA DI ARCHITETTURA, NON DI PERSONE

























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