Regeni, dieci anni dopo la prima sentenza: tre 007 egiziani condannati per il sequestro, cade l’accusa di omicidio

Dieci anni e otto mesi dopo la scomparsa al Cairo di Giulio Regeni, la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la sentenza di primo grado. Tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro del ricercatore friulano, avvenuto il 25 gennaio 2016. Un quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto.
Le condanne riguardano il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, per i quali erano stati chiesti 17 anni. I giudici hanno riconosciuto il solo reato di sequestro di persona. È caduta invece l’accusa di omicidio, che era il cuore dell’impianto accusatorio.
La Corte ha inoltre stabilito provvisionali per 500.000 euro a favore della famiglia Regeni e 150.000 euro a favore dello Stato italiano, costituito parte civile.
Il procedimento si è svolto in absentia, nell’aula bunker di Rebibbia, perché l’Egitto non ha mai consentito la notifica degli atti né l’estradizione degli imputati. Dopo anni di stalli e rinvii, la sentenza rappresenta comunque la prima verità giudiziaria sul caso, ottenuta nonostante la mancata collaborazione del Cairo.
Il caso Regeni è da anni un nodo nei rapporti tra Italia ed Egitto, partner strategico su energia, migrazioni e Mediterraneo. La sentenza riaccende il dibattito sulla coerenza tra la richiesta di verità e la cooperazione economica e diplomatica con il governo egiziano. Resta aperta anche la questione della caduta dell’accusa di omicidio: sono attese le motivazioni della sentenza e l’eventuale appello delle parti.
Per la famiglia, che in questi anni ha sostenuto con determinazione la battaglia per la verità, si tratta di un risultato parziale. Sul piano civile e istituzionale la vicenda mostra quanto sia difficile perseguire crimini commessi all’estero da apparati statali.

dalla Redazione
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