Gen Z: no “VIBES”, no WELFARE!

La Gen Z è il cluster di popolazione nata fra il 1997 ed il 2012 ed in Italia conta circa 8,9 milioni di giovani.
 Solo a Milano la Gen Z è una coorte di 185.000 cittadini di cui 70.000 circa hanno una età da inserimento lavorativo. A Milano il COVID-19 ha aumentato il numero dei NEET(Not in Employment, Education and Training); sono circa 50mila scoraggiati e demotivati e non cercano lavoro (alcuni colpiti da burn-out di ricerca di lavoro).
Il tasso di disoccupazione è abbastanza elevato, sicuramente a doppia cifra (alla fine 2020, per i giovani 15-24 anni, era del 22,0%).
Per la Gen Z è necessario trovare azioni efficaci (politiche attive del lavoro, di incentivo a studiare?) per sviluppare una propensione a lavorare, a formarsi e questa situazione ci fa percepire quanto sia importante sviluppare politiche di welfare adeguate ed efficaci.
Questa fotografia delle caratteristiche demografiche e sociali sviluppa aspettative di servizi di welfare “ad hoc”.
Il welfare per la Gen Z richiede un’evoluzione profonda rispetto ai modelli tradizionali, perché i bisogni, la domanda espressa o latente, i valori sono diversi rispetto al profilo di welfare tradizionale ed in  atto.
Il paradigma di welfare per la Gen Z si basa sulla RECIPROCA CIRCOLARITÀ fra “vibes” (emozioni, vibrazioni, ambiente favorevole ecc) e le azioni di welfare (salute, inclusione sociale, futuro economico sicuro, realizzazione di se stessi, wellbeing ecc.).
Per la Gen Z le “vibes” sono la condizione indispensabile per strutturare un asset di welfare positivo
Infatti senza “vibes” la Gen Z non è orientata a fruire delle azioni di welfare e viceversa.
Per esempio la Gen Z (che è presente e futuro) in termini lavorativi vuole aziende come strutture stabili dove si gestisce l’occupazione come strumento di vita e non come fine, come rispetto della propria equazione personale su cui innestare una professionalità come mezzo per “vivere a marker wellbeing “.
Una dimensione di lavoro non come sogno, ma come dato di base per vivere con una solidità di conciliazione vita-lavoro (per esempio la retribuzione come mezzo e non come fine).
“Ho fatto carriera nei colossi del web, ma nessuno stipendio compensa la lontananza dagli affetti: ecco un meme diffuso.
“.
La Gen Z vuole un contesto di “vibes” dove non si sente ”sbagliata” e dove può realizzarsi.
Le ricerche sociologiche, economiche ed antropologiche sottolineano una forza di cambiamento delle Gen Z per questi motivi:
-è nativa digitale e cresce con il cellulare in mano ed è “mobile first” (il 97% ha uno Smartphone);
– “condivide e si connette sempre” con i propri pari e prevale un senso sociale ed altruistico;
-è connessa per circa 3h40’ al giorno e il cellulare è per 7 su 10 il modo migliore per “stare in rete”;
-non investe più di 8” per interpretare: quindi orientata all’”qui e ora” ed a youtube;
-il post gender ed il post race sono la normalità apprezzata.
–Snapchat, Instagram, Youtube, Tiktok, Twitter, Facebook sono la grammatica comunicativa interna ed esterna all’azienda.
Le “vibes” sono i termini del linguaggio ed il welfare deve usare questo ”slang” per essere percepito come condizione di vita
I giovani della GenZ sono attenti e critici sulle narrazioni manipolanti e basano i propri sogni su una realtà sedimentata.
Essi usano nuovi schemi di lettura: senza imposizioni esterne e di sistema e rivendicando la propria specificità.
Il portfolio prodotti -servizi di welfare deve trasmettere valore sia economico sia di soddisfazione e valore sociale sviluppando “vibes”.
Le priorità di welfare per la Gen Z sono azioni di benessere-wellbeing (psicologico somatico, di salute mentale), programmi di inclusione e diversity, engagement partecipativo (co-design dei servizi di welfare), accesso all’istruzione e alle competenze digitali.
Un welfare efficace se in “co-design”; come esperienza e partecipazione, non solo erogazione.
In questo contesto le “vibes”, le emozioni, le vibrazioni non sono una sovrastruttura, ma una esigenza prodromica per fruire delle azioni di welfare.
Se non si attiva questa reciprocità avremo ripercussioni negative nel “sistema paese” con una caduta del capitale sociale indispensabile per avere un equilibrio di vita per i cittadini con una deriva di welfare assistenzialistico e non come politica attiva di vita.
NO VIBES, NO WELFARE!
 

Giorgio Fiorentini
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