Settembre non è il colpevole: lo stress da rientro dura tre giorni, il resto lo abbiamo lasciato acceso tutto l’anno

Ogni fine agosto lo stesso rito collettivo: valigie disfatte, umore a picco, la sensazione che il rientro in ufficio sia la vera punizione dell’anno. Ma i dati più recenti raccontano una storia diversa, e più scomoda. Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology, ripreso da Open in un approfondimento del 3 settembre, ha seguito 76 lavoratori prima, durante e dopo le ferie: il calo del burnout misurato in vacanza si sgretola già dopo tre giorni di lavoro, e in tre settimane torna esattamente ai livelli di partenza. Gli scienziati lo chiamano “vacation fade-out effect”. Un secondo studio del 2026, condotto su 190 lavoratori con l’app Holidaily e pubblicato su Frontiers in Digital Health, conferma che il logorio può essere rallentato — non azzerato — solo continuando a coltivare distacco mentale, musica, letture e relazioni anche dopo il rientro.
Il paradosso più netto riguarda i giovani. La ricerca YouGov per Doctolib Italia, condotta su oltre mille persone, mostra che il 90% dei 18-34enni va in vacanza (contro il 72% degli over 55), ma solo il 39% torna davvero riposato, contro il 61% dei più adulti. Il motivo lo indica la stessa indagine: il 70% dei giovani si sente condizionato dai social nel modo di vivere le ferie, contro il 32% degli over 55. La vacanza, per una generazione cresciuta a colpi di TikTok e Instagram, è diventata una prestazione da documentare più che una pausa da vivere.
Ma se il rientro non è la vera causa del malessere, cosa lo è? Lo spiega una survey di Unobravo su 767 psicologi: settembre resta il mese record per le nuove richieste di terapia (lo segnala il 70% dei professionisti), ma solo il 17,3% dei nuovi pazienti cita lo stress da lavoro come motivo. A pesare davvero sono le relazioni affettive (31%) e le transizioni di vita (24,4%), questioni “congelate” sotto l’ombrellone e riesplose al rientro. Sul fronte lavoro, i dati Hays Italia aggiungono un tassello strutturale: il 32,5% dei dipendenti italiani viene chiamato a essere reperibile fuori orario, il 52,2% fa straordinari non retribuiti nel 48,5% dei casi, e il 44% dei professionisti è pronto a cambiare azienda entro un anno.
Il quadro che emerge non è quello di un settembre nero, ma di un logorio che si accumula dodici mesi su dodici e che le ferie, da sole, non bastano più a smaltire.

 
dalla Redazione
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