Intelligenza artificiale: da “in-dividui” a “dividui”



Gli individui sono dei dividui ‘frammentati in dati’ che possono essere però monitorati analizzati ed utilizzati per controllare ed indurre il loro comportamento
 
E’ interessante la distinzione semantica e la derivazione  che il filosofo francese Gilles Deleuze (1925-1995) fa della parola ‘individui’ in ‘dividui’ (dal francese ‘dividuels’) affermando che gli individui sono dei dividui ‘frammentati in dati’ che possono essere però monitorati analizzati e  utilizzati per controllare ed indurre il loro comportamento. E’ prodromico del potere computazionale e dell’Intelligenza Artificiale.
Secondo Deleuze, si può affermare che il capitalismo del XIX secolo era un capitalismo produttivo, di proprietà, con le fabbriche che erano luogo di segregazione ove i capitalisti possedevano i mezzi di produzione e controllavano anche l’effetto sociale come le case dei lavoratori, le scuole aperte, il villaggio per i dipendenti (i quello che noi reputiamo essere stato un elemento di plus e di responsabilità sociale delle imprese). Oggi il capitalismo moderno si concentra sulla over produzione, sull’acquisto di prodotti finiti (‘cotto e mangiato’) e sul loro assemblaggio oltre che sulla vendita di servizi, non sulle materie prime.
Si vendono prodotti servizi finiti e si acquistano risorse economiche come le azioni per fare in modo che esistano le condizioni di produzione. Quindi tutto questo, secondo Deleuze, darebbe potere al marketing e alle formule di vendita, una dimensione di controllo sociale. Esiste una relazione fra questa impostazione e la  computazione, il digitale e l’intelligenza artificiale che sono ormai aree dove si può esplicitare il potere.
Noi siamo abituati a vedere, toccare, subire ed esercitare il potere in una dimensione tangibile, mentre ora in divenire il potere sarà intangibile,  molto più pervasivo ed insinuante all’interno delle persone e le costringerà a svolgere azioni eterodirette.
Sono relazioni intime che potrebbero essere gestite, oggi  e ancor più in futuro, dal potere computazionale, da quello digitale e dell’IA. Non ci sarà più un potere esercitato tramite emanazione di norme, pratiche di guerra, coercizione fisica, ma ci sarà la manipolazione di flussi informativi e una profilazione automatica dei comportamenti indotti da quello che è il potere computazionale digitale e dell’intelligenza artificiale.
Già oggi, per esempio, le piattaforme digitali detengono il  potere di orientare l’attenzione di miliardi di persone e creano delle gerarchie di influenza, di potere , di visibilità. E tutto questo  non è neutrale. Infatti ogni codice, ogni algoritmo ha in sé un senso positivo o negativo, un pregiudizio positivo o negativo, un’assunzione di valore positivo o negativo e quindi c’è bisogno a monte dell’etica della tecnologia.
Quali sono i presupposti di chi decide quali tipologie, con quale livello di qualità, vengono raccolti i dati? Per quale scopo? Quali sono le responsabilità di coloro che sviluppano sistemi che orientano i comportamenti dell’uomo (oggi abbiamo le ‘istruzioni per l’uso’ dell’azione ‘uccidere’!)?
come si può garantire che l’indirizzo artificiale della computazione, dell’IA non sia uno strumento di controllo- sorveglianza e sia un elemento sviante rispetto al bene comune? È importante collocare la computazione il digitale e l’intelligenza artificiale nell’ambito dell’imperativo civico, tale per cui riusciamo ad appropriarci del potere delle macchine e degli algoritmi e non viceversa. E tutto questo avviene se riusciamo a comprendere le logiche di governo di questi sistemi, se diventa fattore comune e diffuso, pervasivo di tutti i cittadini e non soltanto di una elite di potere.
Come abbiamo detto altre volte, la computazione, il digitale, l’intelligenza artificiale sono il contenuto di un nuovo umanesimo dove la tecnologia non fa da padrone rispetto all’umanità, ma fa in modo che queste si  sviluppi a favore del bene comune. Certamente, i ‘dividili’, possibili prodotti dell’AI, non aiutano il bene comune e bene collettivo da distribuire.

Giorgio Fiorentini
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