Intervista a Felice Manti: il giornalismo d’inchiesta, il suo stato di salute e il suo ruolo visto attraverso le questioni attuali 

Ho l’onore di intervistare Felice Manti, giornalista d’inchiesta e autore di libri molto interessanti, alcuni dei quali destinati a divenire opere rivelatrici di particolari oggi più che mai cruciali per l’opinione pubblica anche se riguardanti vicende che fino a qualche tempo addietro avremmo definitivamente ascritto ad un passato sul quale la pietra sopra sembra non essere stata davvero posta.

Ritengo molto importante fare una premessa: non nascondo di nutrire uno scopo personale! Non rinuncio affatto all’opinione di un giornalista intellettualmente onesto e coraggioso (lo dimostra il suo ormai noto e più che decennale impegno profuso per i fatti di Erba e non solo); tantomeno rinuncio alla ghiotta occasione di entrare – attraverso l’occhio del giornalista – nell’appassionante spirito dell’investigazione e dell’inchiesta giornalistiche. Per questo, prima dell’intervista e in più di qualche occasione mi sono riservato un certo tempo per conoscere meglio non solo il giornalista ma anche la persona con cui ho dialogato ampiamente non senza scovare qualche curiosità sulle nostre sorprendentemente comuni origini reggine.

Per i pochi che non lo conoscessero, Felice Manti, calabrese classe 1973 (come prima ho accennato, orgoglio reggino nello specifico), arriva a Milano dove collabora con Il Giornale, Libero e Il Foglio con articoli e inchieste di cronaca, politica ed economia. Oggi è inviato del Giornale. Per dare completezza al suo profilo, non posso prescindere dal richiamo alle sue opere, perché solo attraverso esse (in particolare alla loro consigliata, approfondita lettura) si può davvero comprendere la caratura del giornalista che senza mezzi termini scrive senza fare “sconto” (neanche a sé stesso) se l’obiettivo è la ricerca del vero attraverso lo spirito di inchiesta.

Non è banale, allora, richiamare le sue pubblicazioni come Malanova. Perché la ‘ndrangheta non può morire (GVE, 2015), Il grande abbaglio (Aliberti, 2008) scritto con Edoardo Montolli, O mia bella madu’ndrina. Da Sud a Nord l’inarrestabile ascesa della ‘ndrangheta (Aliberti, 2010) scritto con Antonino Monteleone, Prodotto interno sporco (Algama, 2020), Il grande abbaglio. Controinchiesta sulla strage di Erba (Teaser LAB, 2020) e l’ultimo arrivato Olindo e Rosa. Il più atroce errore giudiziario nella storia della Repubblica (Algama, 2024) entrambi scritti con Edoardo Montolli. Con il libro inchiesta sulla ‘ndrangheta O mia bella madu’ndrina nel 2011 ha vinto il prestigioso Premio Livatino.

Per un professionista come me, impegnato nei settori del contenzioso tributario e antiriciclaggio quali ambiti non raramente connessi all’accertamento da parte dell’Autorità pubblica di violazioni dalle conseguenze penali; per un appassionato studioso, voglioso di comprendere e analizzare gli intrecci che derivano dalla indesiderabile ibridazione tra crimine ed economia (per questo ho fondato il Centro Studi Research & Investigation – Economic Crime Studies); per me come cittadino necessariamente interessato da come e quanto il sistema di pubblica sicurezza, polizia giudiziaria e di giustizia riescano a giungere all’accertamento della verità, intervistare Felice Manti è una preziosa occasione di confronto tematico, ma anche di imperdibile fonte di conoscenza per realizzare ancor di più l’importanza del ruolo che in un sistema democratico l’informazione e il giornalismo (in questo caso, investigativo) rappresentano.

Pur avendo anticipato molto su Felice Manti, inizio subito con pochissime specifiche curiosità, ansioso di ascoltare la sua opinione (ma soprattutto, come già detto, di sondarne lo spirito):

È noto che svolgi la professione di giornalista e che sei un giornalista d’inchiesta. Ma, partendo dai temi che ti stanno a cuore e secondo la tua sensazione, che cos’è oggi il giornalismo d’inchiesta?

Mi occupo di economia e infiltrazioni della criminalità, ma anche di politica e di cronaca fino ai temi etici. Dal 2007 sul Giornale scrivo della strage di Erba, una controinchiesta giornalistica che ha contribuito alla revisione processuale della condanna in Corte d’appello a Brescia.

Qual è la tua opinione sulla recentissima questione del presunto dossieraggio, fatto rispetto a cui ancora una volta il giornalismo di inchiesta ha giocato un ruolo indiscutibilmente cruciale?

Oggi questo mestiere mostra il suo punto di corda. Sarebbe gravissimo se fosse verificata l’ipotesi che alcuni giornalisti possano aver collezionato dei dossier, imbeccati da infedeli servitori dello Stato. Un segno del degrado della lotta politica ma anche di come la professione sia inquinata da tempo. Questi tentativi di condizionare la credibilità hanno raggiunto lo scopo di delegittimare tutto il giornalismo d’inchiesta.

Quali sono i rapporti oggi tra giornalisti e magistrati. Quale ne è il motivo? E da quando si sono incrementati?

Secondo una felice definizione di Luca Palamara, la vera separazione delle carriere da prevedere per legge è tra cronisti e Pubblici ministeri, non tra questi ultimi giudici. Per anni le tesi investigative sono state letteralmente vomitate sui giornali e tacciate come verità indiscutibili prima delle sentenze e questo ha creato non poche distorsioni rispetto al percepito dei lettori e all’equilibrio tra accusa e difesa previsto dal giusto processo e dalla Costituzione.

Come ultima domanda non posso non fare ritorno alla importante controinchiesta sulla strage di Erba per toccare un aspetto per me focale e di cui, secondo me, si sente davvero poco parlare: al di là della discutibile e pericolosa suddivisione tra innocentisti e colpevolisti, si può sostenere che la revisione del processo sia già una vittoria del e per il cittadino che deve pretendere che una sentenza di colpevolezza sia ammissibile solo e soltanto se dichiarata “oltre ogni ragionevole dubbio”?

L’istituto della revisione, previsto dalla Costituzione all’articolo 24, conferma che lo spirito dei Padri costituenti di salvaguardare la presunzione d’innocenza, baluardo del nostro sistema giudiziario, è più forte delle sentenze. Che possono dunque essere sempre rimesse in discussione. In un Paese come l’Italia, dove l’errore giudiziario è l’ingiusta detenzione ci sono costati 1 miliardo di euro negli ultimi 30 anni, la revisione processuale diventa un passaggio fondamentale per ribadire la tutela delle garanzie degli imputati di fronte a una giustizia troppo sensibile alla piazza o al condizionamento dei media.

Non si può essere un po’ colpevoli, la condanna deve giungere al di là di ogni ragionevole dubbio. In molti casi, come a Erba, non è così.

In poche battute, qual è l’input che da vita ad un’inchiesta giornalistica?

La notizia è un foglio di carta tutto da scrivere, è come una pallina da tennis in una partita da giocare: o la intercetti andandole incontro quando la sua carica è nel pieno della sua intensità o sei condannato ad inseguirla quando, ricadendo, rimbalza lontano da te: in questo caso significherebbe perdere di vista il senso sia della pallina che della partita da giocare. Meglio fare le giuste mosse e analizzarne la traiettoria. Così abbiamo fatto noi giornalisti rispetto alla dinamica della strage di Erba. Ci siamo accostati grazie all’emersione di tre fatti “nuovi”: nuovo collegio difensivo, nuova strategia (la scelta del rito ordinario anziché abbreviato) e assenza di prove trovate dal RIS dei Carabinieri in casa di Rosa e Olindo. Tre fatti inconciliabili con la vulgata mainstream.


Ho aperto questo articolo dicendo che intervistare Felice Manti è per me un onore, espressione che non è rispondente ad una esigenza di mera retorica, ma piuttosto al mio personale desiderio di definire il privilegio che si prova quando ci si trova di fronte ad una persona che definirei “ampia” sotto precisi aspetti. Attribuisco questa sensazione di “ampiezza” non solo ai contenuti in sé, alle risposte puntuali del giornalista che “sa cosa dice”, ma piuttosto allo sguardo fisso che percorre anni di analisi e non perde attimo per trasportare chi sta di fronte nel felice (è proprio il caso di dirlo!) mondo del ragionamento e del buon senso. Oltre ad occuparsi di questioni di economia, criminalità, cronaca e politica, si occupa anche di temi etici. Probabilmente, è proprio grazie alla sua profonda conoscenza di questioni la cui rilevanza è sia “intima” che collettiva che il giornalista d’inchiesta, anche attraverso poche e puntuali battute, trasmette i profumi e l’immagine del percorso che punta dritto all’informazione, alla conoscenza rivolta alla ricerca del vero come accertamento del fatto e della verità vista come valore-obiettivo, ma anche come “brivido” ad un tempo dal sapore anch’esso intimo e collettivo.

Facendo poche domande ho privilegiato (direi egoisticamente) l’attenzione sulla caratura e sul carisma del personaggio. Concludo confermando la stima che nutro verso il giornalismo di inchiesta cui riconosco il merito di avermi fatto vivere “solo” in pochi minuti un’esperienza molto intensa (poco tempo, ma solo se paragonato alla lunga e divertente compagnia di Felice Manti “dietro le quinte”).

Frequentando, grazie a Felice Manti, il mondo di coloro che attraversano e analizzano le vicende giudiziarie per la ri-lettura dei fatti senza pregiudizio o conoscenze precostituite, non ho esitato a dare una “sbirciata” alla prestigiosa dimensione dell’Aristotele detective di Margaret Doody o, perché no, all’immenso mondo dello Sherlock Holmes di A. C. Doyle in cui vince la curiosità, il sacrificio, il ragionamento, la conoscenza per la ricerca del vero.

Il tutto grazie a quello che Luca Marrone nel suo libro Il consulente investigativo. Metodologia e ambiti operativi (Gangemi Editore, 2013) definisce come costante allenamento “di quelle attitudini percettive e logiche di cui, tra l’altro, il Creatore ha voluto farci dono”.

Penso che l’attitudine all’investigazione, di cui è evidentemente intriso il ruolo del giornalista d’inchiesta che ho di fronte, sia davvero un fattore primario per poter sprigionare capacità che in fin dei conti riguardano davvero un “… uso scientifico dell’ispirazione artistica” (potremmo così dire, parafrasando il detective di Conan Doyle).

Si badi bene che il fattore di cui parlo non richiama un moto passionale che coinvolge solo l’intimità di chi lo esprime, di chi ne fa principio attivo per esercitare il ruolo o la professione; ma entra a pieno titolo nella dimensione collettiva laddove “gli altri” sono parte non trascurabile dell’interesse al vero e alla verità. Lo ripeto senza stancarmi: il primo come immancabile e univoco esito dell’accertamento del fatto; la seconda come valore-obiettivo e “brivido” sociale e democratico.

Concludo ammettendo di aver ottenuto molto da questa bella esperienza e per questo non mi pento di essere stato un incallito, incorreggibile (ma sano) egoista.

Francesco Zappia
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