Il salario netto mensile medio di un lavoratore Italiano nel 2023 è stato pari a 1600 euro.
L’ultimo rapporto Istat, presentato a metà dell’anno scorso, indicava in 27 mila euro la retribuzione lorda annua, che con un’inflazione cumulata nel biennio pari al 15% è cresciuta del 6,5% con una perdita secca di oltre 10 punti del suo valore reale.
Il nuovo rapporto del 15 maggio 2024 prende in esame la dinamica delle retribuzioni contrattuali e di fatto nel triennio 2021, 22 e 23. mettendo in evidenza come l’inflazione si e’ attestata al 17,3% e le retribuzioni al 4,7%. La perdita cumulata del potere d’acquisto dei salari, nello stesso periodo, è stata del 12,6%.
Il Salario lordo annuo si attesta dunque a 29.000 euro, e non ai 31.100, come avrebbe dovuto, qualora avesse recuperato tutto l’incremento dei prezzi.
Il mancato recupero dell’inflazione reale nel biennio 2022-23 pesa in termini cumulativi circa 3.800 euro.
Nel triennio 2021-23 la perdita salariale cumulata è stata di 6 mila euro. Per un nucleo familiare monoreddito, con un mutuo variabile, la rata mensile quasi raddoppiata in relazione alla crescita dei tassi d’interesse ha comportato una perdita cumulata tra mancato recupero del potere d’acquisto e costo del mutuo di circa 9mila euro.
Nell’ultimo sondaggio realizzato da Sky, in occasione del 1 Maggio, si segnalava che l’82% dei cittadini riteneva i salari troppo bassi rispetto all’aumento dei prezzi, mentre per il 53% la precarietà rappresentava seconda priorità.
Dunque, i numeri della perdita salariale parlano il linguaggio drammatico della condizione di chi non arriva alla terza settimana del mese e soprattutto, che oggi si è poveri lavorando.
L’ultimo rapporto Oxfam, ci segnala che negli ultimi 10 anni, i 5 miliardari più ricchi al mondo hanno raddoppiato le loro ricchezze. In Italia il 10% delle famiglie più ricche ha visto crescere le proprie ricchezze anche in questo ultimo biennio. Gli extra profitti di questi ultimi anni tra imprese energetiche, farmaceutiche e banche hanno visto nelle sole banche oltre 24 miliardi di profitti aggiuntivi grazie ai tassi d’interesse.
Il Governo Draghi, quanto meno, aveva provato a recuperare 12 miliardi da extraprofitti, non riuscendoci. Il Governo Meloni ha sbandierato “colpiremo gli extra profitti delle banche” salvo poi consentire alle stesse di ricapitalizzare il patrimonio senza versare un solo euro nelle casse dello Stato.
L’OCSE aveva già segnalato come, misurando le dinamiche salariali negli ultimi 30 anni (1990-2021) l’Italia era l’unico Paese ad evidenziare una dinamica negativa del -2,9% rispetto al + 33% della Germania e al + 30% della Francia.
Questi dati, tradotti in salario reale, ci dicono che mentre i salari tedeschi e francesi crescono rispettivamente di 15 mila e 12mila euro, i nostri sono calati a parità di potere d’acquisto di circa 1.000 euro. Insomma il Salario reale di oggi vale meno di 30 anni fa.
Il salario netto ha trovato un leggero ma insufficiente sollievo con la riduzione del cuneo contributivo e la riforma Irpef con le tre aliquote, ma resta del tutto insufficiente.
Mediamente tra i 50 e i 90 euro mensili, per i redditi da lavoro sotto i 35.000 euro con gli sgravi contributivi varati prima dal governo Draghi e poi incrementati dal governo Meloni.
Gli sgravi non sono strutturali, non si sa se saranno riconfermati nel 2025 poiché servirebbero 14 miliardi, che allo stato attuale non ci sono e comunque non coprirebbero l’impatto inflattivo che a novembre 2022 aveva raggiunto il picco del 10,4%.
Certo l’inflazione prevista nel 2024 è in calo e si attesterà probabilmente al 2%, ma quel che si è perso nel biennio precedente è perso per sempre.
Per dare il quadro completo, bisogna sempre ricordare, che circa 6 milioni di lavoratori/ci non arrivano ai 12 mila euro l’anno, circa 1.000 euro mese pari a 800 euro netti mensili.
Questo ultimo dato segnala non solo la crescita abnorme del part time involontario – imposto in gran parte alle donne – in percentuali più che doppie rispetto ad altri paesi europei, ma vede lì collocati gran parte dei circa 4 mil di lavoratrici/ori con minimi contrattuali al di sotto dei 9 euro L’ora.
Aver affossato da parte del Governo la proposta di legge delle opposizioni di centrosinistra del salario minimo per legge mai al di sotto dei 9 euro orari è stato uno schiaffo immotivato a tutti coloro che per vivere hanno bisogno di lavorare.
Eppure, il titolo de Il Messaggero del 18 aprile recitava “OCSE: Occupati Record in Italia”, così come quello recente di Affari e Finanza: con 600 mila nuovi occupati nel 2023 vediamo il “grande ritorno del posto fisso”.
Leggendo i titoli ho pensato al film di Checco Zalone. La realtà invece ci dice che pur avendo raggiunto i 23,7 milioni di occupati la precarietà e l’incertezza per il futuro per le nuove generazioni non è venuta meno in quanto:
• la crescita occupazionale è fatta di lavoro povero con bassi salari;
• I contratti a termine sono vicini ai 3 milioni ed i part involontari sono cresciuti;
• continua ad esserci un differenziale di 10 punti nel tasso di occupazione rispetto ai principali paesi Europei
• la disoccupazione giovanile non scende mai sotto il 20%
• donne e giovani sono i più penalizzati tra precarietà, bassi salari e diseguaglianze crescenti
Inoltre è utile ricordare, ai fini della chiarezza, che circa 3 milioni tra lavoratrici e lavoratori operano nel lavoro sommerso, in nero, non tutelati e senza il rispetto dei contratti di lavoro, il che accompagna l’altro dato che ci vede maglia nera in Europa con gli oltre 90 miliardi di evasione fiscale.
Le analisi dei diversi centri studi confermano non solo la necessità del salario minimo per legge per rispondere al lavoro povero, ma danno ancora più valore e ruolo da protagonista nel tutelare il salario ed i diritti al Contratto nazionale e alla contrattazione.
Qui vorrei solo ricordare che il contratto nazionale continua a rappresentare lo strumento principale per la tutela del salario reale. Infatti nell’analisi di lungo periodo i contratti nazionali, se rinnovati nei tempi giusti, hanno tutelato il salario reale, mentre l’alta pressione del fisco e la bassa produttività derivata da bassi investimenti, hanno impedito la loro crescita.
Ricordiamo sempre che in un’economia sana i salari dovrebbero crescere in linea con l’inflazione reale e con la produttività redistribuita al lavoro. Per questo ho sempre sostenuto, e non ho cambiato idea, che la sfida per la crescita della produttività compete anche al movimento sindacale a partire dal rilancio degli investimenti, del Pnrr e del Progetto paese necessario per stare al passo con i grandi cambiamenti tecnologici, a partire dall’intelligenza artificiale. Certo in questi anni è cresciuto e molto lo smart working, ma l’orario medio italiano è pari a 1.760 ore annue, mentre quello tedesco non supera le 1.400 ore annue, ma i loro salari sono cresciuti ed i nostri sono rimasti fermi.
A proposito di contratti nazionali è utile ricordare che nel 1995 quelli depositati al CNEL erano 198. Oggi sono 970. Eppure i 220 Ccnl sottoscritti dalle confederazioni maggiormente rappresentative Cgil Cisl e Uil coprono 12,4 milioni tra lavoratori/ci. I restanti 750 Contratti non arrivano a coprire 380mila persone. Parliamo dei contratti pirata.
Nel 1998 mi toccò, da segretario generale dei Tessili Cgil, fare i conti con il primo contratto pirata firmato da conto terzisti di Chieti ed un sindacato giallo al servizio di quelle imprese, non certo delle lavoratrici. Era il tempo del governo Prodi, ministro del Lavoro Bassolino. A distanza di 26 anni penso risulti chiaro che se ci fosse stata una giusta legge sulla rappresentanza e rappresentatività dei sindacati e delle imprese i contratti pirata non sarebbero neanche nati. Oggi vanno superati. Come? Varando la legge sulla Rappresentanza.
Qualche mese fa il governatore di Banca d’Italia, Panetta, affermò la necessità di aumentare i salari rinnovando i contratti poiché non si sarebbe prodotta nessuna spirale inflazionistica. Alcuni contratti importanti sono stati rinnovati negli ultimi 12 mesi, penso ai bancari con 435 euro di aumento salariale, agli alimentaristi con 280 euro ed ancora al contratto dell’energia o degli assicurativi. Tutti sopra i 200 euro di aumento mensile lordo. Finalmente dopo 5 anni anche il contratto nazionale del commercio a marzo di quest’anno anno è stato rinnovato. E’ inaudito che passino 60 masi prima di rinnovare un contratto nazionale.
Resta del tutto evidente che non sono state presentate le piattaforme per i rinnovi a partire da quella dei metalmeccanici con la richiesta di 280 euro di incremento per il triennio ma la risposta negativa di Federmeccanica, almeno da quanto apparso sulla stampa, non si è fatta attendere. Il prossimo incontro di giugno dirà come stanno le cose.
I contratti pubblici sono tutti da rinnovare e le risorse messe in campo dal Governo sono assolutamente insufficienti. Nei fatti tra pubblici e privati parliamo di oltre 9 milioni di persone che lavorano in attesa di rinnovo dei loro contratti.
I numeri ci ricordano cosa può significare per una lavoratrice ed un lavoratore aver difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ma ci parlano anche di un Paese nel quale se non si dà un futuro, se non si da una speranza a quel padre di famiglia, a quel giovane uscito dall’università, a quella ragazza ingegnera che ha rifiutato il posto di lavoro a 700 euro al mese, è il Paese stesso che rischia di non avere futuro.
Per questo è necessario riflettere, a partire dal fatto che i contratti nazionali andrebbero rinnovati sulla base dell’inflazione reale superando l’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) depurata dall’energia.
Gli aumenti salariali andrebbero detassati incentivando il rinnovo entro 12 mesi dalla scadenza.
Vedere 36-48 ed in alcuni casi anche 60 mesi prima che un contratto venga rinnovato non è più accettabile. La ministra del Lavoro ed il Governo dovrebbero essere chiamati in causa per sbloccare tutti i contratti bloccati per troppo e lungo tempo.
Certo in tutto questo non va assolutamente trascurato il differenziale di produttività creatosi con Germania e Francia che ha visto negli ultimi vent’anni una forbice di 30 punti rispetto agli zero virgola del nostro Paese.
Così come non andrebbe trascurato non solo l’ingiusto peso delle tasse solo su chi lavora o è in pensione, ma anche il fatto che in questi 20 anni i salari dei contratti dell’industria sono comunque cresciuti più dell’inflazione, mentre i pubblici sono rimasti praticamente fermi ed i servizi privati, dove si annida bassa produttività e basso valore aggiunto, si sono consolidati anche i bassi salari.
Per l’insieme di queste ragioni, dalla sicurezza sul lavoro, al contrasto alla precarietà, a salari netti più alti, come per il rinnovo dei contratti e per realizzare la riforma fiscale proposta dai sindacati, è partita la mobilitazione dei lavoratori/ci nei mesi passati, culminata nello sciopero dello scorso 11 aprile e poi nella manifestazione nazionale a Roma di sabato 20 aprile promossa da Cgil e Uil, fino alla manifestazione del 25 maggio n difesa della Costituzione.
La Cgil è anche impegnata nella raccolta di firme per lo svolgimento dei Referendum abrogativi finalizzati a contrastare la precarietà e l’insicurezza sul lavoro per:
1) il ripristino nei fatti dell’art 18 con il diritto alla reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo,
2) il superamento dell’eccessiva liberalizzazione dei contratti a termine,
3) la responsabilità piena del committente in caso di appalto e subappalto.
Sono percorsi di mobilitazione importanti inseriti in un programma teso a durare nel tempo. Purtroppo, nonostante una piattaforma unitaria dei sindacati nei confronti del Governo, la mobilitazione non riesce ad essere unitaria. Anche lo sciopero dell’11 aprile centrato sulla sicurezza sul lavoro, dopo la tragedia di Suviana, è stato promosso da Cgil e Uil. La Cisl si è limitata ad uno sciopero di 4 ore nel solo gruppo Enel. Continuo a pensare che l‘unità sindacale sia un valore aggiunto che va conquistato sconfiggendo con una battaglia delle idee, aperta e chiara, le posizioni sbagliate. Forse era eccessiva la forza della parola chiave degli anni 70 “Uniti si vince” ma di sicuro la divisione sindacale rende più debole il mondo del lavoro e più forti il governo e le imprese. È l’A B C del fare Sindacato, era valido ieri e lo è ancora di più oggi.
La verità è che bisognerebbe avere il coraggio di riprendere in mano il Protocollo Ciampi del Luglio del ‘93 che come diceva sempre Gino Giugni, rappresentava la vera carta Costituzionale delle relazioni sindacali. Tutti gli accordi dal patto di Natale del ‘99 all’accordo senza la Cgil del 2009 (è lì che viene introdotta l’Ipca depurata dall’energia, motivo per il quale noi della Cgil che eravamo a quel tavolo non firmammo e avevamo ragione) ivi compreso il Patto per la fabbrica del 2018 andrebbero oggi riattualizzati con un nuovo patto Sociale.
Servirebbe una grande vertenza Salariale Unitaria, guidata unitariamente dalle confederazioni. Peccato, che alla destra al Governo viene l’orticaria al solo sentir parlare di concertazione tra le parti sociali e che il sindacato confederale, pur essendo in campo con percorsi di mobilitazione importanti decisi da Cgil e Uil ma non dalla Cisl non riesca a ricostruire quella unità sindacale indispensabile per costruire un nuovo compromesso sociale capace di far tesoro dei pregi ed anche dei limiti del patto del 1993.
Agostino Megale – già Segretario Nazionale Cgil
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