La protezione dal rischio di violazione dei diritti personali ed economici in un’era sempre più virtuale: riflessione, attraverso il pensiero economico classico, sulle possibili ricadute sociali delle azioni immorali connesse era globale moderna

Il tema affrontato in questo articolo (tema già affrontato qualche tempo fa durante un congresso internazionale tenutosi presso l’Università della Sicurezza Pubblica e Individuale “Apeiron” di Cracovia) è di primario interesse e consente di riflettere sull’ “era del rischio” non solo guardata nella sua  accezione tecnica, ma anche e, forse, soprattutto nella sua portata generale.

Protezione e rischio sono divenuti oggi basi imprescindibili dalla riflessione circa l’esistenza individuale, sociale, politica ed economica. Oggi la vita è necessariamente relazionata al paradigma del rischio: più che la vita, è l’esistenza in ogni sua estrinsecazione a doversi collocare in uno spazio civico, politico ed economico che necessita di confini protettivi.

Il concetto della “protezione”, infatti, riconduce a quello di “confine” di difficile delineazione.

La prima domanda da porsi è certamente di basilare importanza e ricade sulla tematica di quale sia oggi il senso del confine in un contesto in cui la digitalizzazione diviene meccanismo senza il quale è quasi impossibile realizzare il funzionamento dell’esistenza e dell’agire sociale. E tutto questo laddove la stessa digitalizzazione è e deve essere considerata certamente elemento di facilitazione, un valore aggiunto per il raggiungimento del benessere generale, uno strumento di efficientamento e velocizzazione delle relazioni tra pubblico e privato e tra privati che realizzano scambi di idee, beni e servizi attraverso le ormai note piattaforme digitali.

La velocizzazione che la digitalizzazione comporta spinge ad una necessaria analisi di contesto: in questo senso, non può essere ignorata la difficoltà che le regole e le norme emanate dai legislatori nazionali e sovranazionali affrontano nel tentare di stare “al passo”, senza lentezza o incertezza, rispetto al quadro si sviluppo tecnologico. Si pensi alla difficoltà, ad esempio, che la regolamentazione incontra nell’arginare l’evoluzione economica capitalistica (qualcuno la chiama ultra o iper-capitalistica) dei grandi gruppi privati che da una parte ampliano la loro portata commerciale che diviene, appunto, globale, e dall’altra tentano di far perno sull’omologazione dei processi, ad esempio, a svantaggio dell’intermediazione tipica dei mercati e della concorrenza, luogo di compartecipazione per sua definizione.

In tutto questo, mentre si assiste ad un raggruppamento di più che legittimi interessi imprenditoriali, gioca un ruolo importante il rischio di perdita della capacità di tutelare l’individuo e i suoi diritti e interessi legittimi. 

Non è questa una visione pessimistica della modernità, ma piuttosto una chiave di lettura critica del sistema, uno “spunto di vista” che deve portare ad una riflessione circa l’importanza dell’ammodernamento dei sistemi di tutela e di prevenzione da parte degli attori preposti, come, appunto, i Governi nazionali e sovranazionali.

Essi non devono perdere terreno nel contribuire a rendere operativi ed efficienti i sistemi di tutela del benessere generale. Nell’economia di mercato, ad esempio, spesso si assiste alla debolezza del consumatore il quale non trova perimetro di protezione in quanto soggetto colpito da un’asimmetria informativa dannosa e lontana da quella caratteristica sana della concorrenza ideale (detta perfetta!) teorizzata dai filosofi morali di cui Adam Smith è, forse, più nota espressione.

Non bisogna cadere nella fuorviante considerazione circa il contesto “classico” di pensiero filosofico morale: le teorie di trasparenza estrapolabili dalle teorie classiche, non solo da Smith, possono essere tacciate oggi di inadeguatezza rispetto alla modernità. Certo, il mondo cambia ed il pensiero si evolve, ma l’evoluzione, oggi sempre più digitale, non può prescindere dai cardini che devono sempre ispirare le azioni pubbliche e private: uno di essi, forse il più importante è il raggiungimento e la tutela dell’interesse generale. Parlando di mercato e di interessi in gioco, Adam Smith ha rappresentato certamente un maestro del pensiero, come anche vero è che il premio John Nash ne ha evoluto le premesse laddove ha dato maggior definizione e completezza (appunto, evoluzione) al pensiero smithiano giungendo alla determinazione certamente nota e qui semplificata secondo cui l’interesse generale è raggiunto quando un soggetto economico agisce per soddisfare il suo interesse egoistico, ma anche quello degli altri.

Non è banale tutto questo: oggi, proprio nell’evoluzione del pensiero economico capitalistico si parla sempre più di sostenibilità e di compliance, ed esse devono passare attraverso il libero agire in un ecosistema in cui la circolarità virtuosa non è più solo modello economico, ma piuttosto pensiero e sentimento economico.

Allora, per concludere, forse sarebbe il caso di ripensare ad una adeguata ridefinizione dei ruoli e dei rapporti di forza in un quadro di sano ecosistema che non pregiudichi ma prevenga e dirima gli effetti indesiderabili delle relazioni, non assecondi per inefficienza gli svantaggi “innaturali”, ma piuttosto effetti che rendano questa era priva di rischio o necessità di innalzare barriere di protezione.  

Francesco Zappia
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