La ricchezza globale sale, ma è sempre più “di carta”

Il patrimonio mondiale ha toccato un nuovo record, ma la crescita non è sostenuta dall’economia reale: è quanto emerge dal Global Balance Sheet 2026 del McKinsey Global Institute, pubblicato il 23 luglio scorso.

Un boom trainato dalle valutazioni finanziarie
Secondo lo studio, il patrimonio complessivo del pianeta ha ormai superato i 1.800 trilioni di dollari, con la ricchezza netta delle famiglie arrivata a 570 trilioni — più di quattro volte il livello registrato nel 2000. Numeri imponenti, che però nascondono una fragilità di fondo: appena un quinto dell’aumento patrimoniale del 2025 deriva da investimenti produttivi reali (infrastrutture, macchinari, impianti). Il resto è semplice rivalutazione di beni già esistenti — immobili e titoli finanziari — quella che gli analisti definiscono “paper wealth”, ricchezza sulla carta.
È proprio questo scollamento tra valore degli asset ed economia reale a preoccupare McKinsey: quando i patrimoni crescono molto più velocemente del PIL, il rischio è che una futura correzione dei mercati bruci parte della ricchezza accumulata, con ripercussioni su crescita e stabilità finanziaria.

Tre economie, tre traiettorie opposte
Il rapporto disegna uno scenario mondiale sempre più frammentato. Gli Stati Uniti restano il motore più dinamico, spinti dalla corsa dell’intelligenza artificiale e da utili aziendali record: le valutazioni di Borsa hanno raggiunto circa 2,4 volte il valore netto degli asset delle imprese, un livello sostenibile solo a patto che la produttività continui a correre.
La Cina segue la direzione opposta: la crisi immobiliare ha eroso la ricchezza delle famiglie, mentre il debito delle imprese è salito a circa l’80% delle loro attività reali, ben oltre la media internazionale (40-50%).
L’Europa, infine, è secondo McKinsey l’area più esposta al rischio di una nuova “secular stagnation”: crescita debole, investimenti insufficienti e patrimoni che si gonfiano più per effetto delle valutazioni finanziarie che per una reale espansione economica — uno scenario che ricorda da vicino il decennio successivo alla crisi finanziaria globale.

L’Italia: patrimoni solidi, ma crescita ferma
Il quadro italiano rispecchia fedelmente quello europeo. Le famiglie italiane restano tra le più ricche al mondo, con circa 13 trilioni di dollari di patrimonio netto, un livello paragonabile al Canada e appena inferiore a Regno Unito e Francia; solo Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone fanno meglio.
La crescita, però, resta debole: insieme a Francia, Germania, Austria e Portogallo, l’Italia ha registrato solo lievi incrementi nominali in dollari, che diventano addirittura negativi a cambi costanti, complice anche l’apprezzamento dell’euro nel 2025.
Sul fronte strutturale, però, arrivano segnali incoraggianti: il mercato immobiliare italiano è tornato in linea con la propria media storica, evitando le bolle osservate in Paesi come Australia, Canada, Belgio o Paesi Bassi. Anche l’indebitamento delle famiglie resta tra i più contenuti del campione analizzato, lontanissimo dai livelli sopra il 100% del PIL di Australia e Canada.
Il vero punto debole resta il debito pubblico: l’Italia si colloca al secondo posto tra i Paesi più indebitati, dietro solo al Giappone e davanti agli Stati Uniti — una vulnerabilità che pesa doppiamente in un contesto di tassi più alti e crescita fiacca.

Il bivio della produttività
Per McKinsey, l’attuale livello di ricchezza globale potrà reggere solo se accompagnato da un vero salto di produttività. In caso contrario, gli scenari alternativi sono tutti meno favorevoli: una lunga stagnazione, un ritorno dell’inflazione come meccanismo di riequilibrio, oppure una correzione più dura dei prezzi degli asset. Il messaggio di fondo del rapporto è netto: patrimoni più ricchi non equivalgono automaticamente a economie più solide.

dalla Redazione
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