Riflessioni sul professionista del dopodomani e del cittadino-persona nel contesto della Smart City (Città – Stato)

Dovremmo già abbondantemente essere consapevoli di come non sia più possibile scandire il tempo e considerare lo spazio alla stessa maniera delle epoche che ci hanno preceduto e fatto crescere. Già negli anni ’90 del secolo scorso le condizioni di vita approdavano a cambiamenti epocali e che non hanno più smesso di evolvere gli stili di vita ed il pensiero sociale ed economico.

L’opportunità fornita dall’evoluzione (dunque, della realtà), ha come scenario principale un futuro fortemente connotato da capacità e competenze nuove e trasversali che, via via,  necessiteranno di un’affermazione in quello che definisco un luogo bidimensionale in cui sia il tempo che lo spazio faranno da padroni in uno scenario a volte sfuggente, ma in cui il cambiamento stesso è percepito come da alcuni come rischio, ma da molti come prospettiva di progresso.

Il mondo dei professionisti non appare in affanno rispetto al cambiamento, anzi si è dimostrato pronto a percorrere la via dello sviluppo e del progresso e, come ogni altra identità caratterizzata dalla propria vocazione di attore economico intorno a cui ruota il tema della tutela e affermazione del diritto contemperato tra interesse pubblico e quello privato, ha mostrato evidente confidenza con le due componenti dimensionali già richiamate.

Prima di tutto per via del fatto che il sapere e la cultura professionali si reggono sulla capacità di radicamento nel territorio, nello spazio fisico, nel circondario presso cui ogni professionista fonda la propria struttura (più o meno organizzata sotto il profilo strumentale) e in cui, dunque, si relaziona con soggetti terzi. Inoltre, per il dato di fatto che ciò che rappresenta una componente fondamentale della remunerazione della prestazione professionale e, quindi, del sapere, è data proprio dal tempo che un professionista impiega per esercitare.

Non  manca, dunque, l’aver preso confidenza con entrambi i fattori appena citati, sebbene negli ultimi anni il mondo professionale ha già avuto modo di affrontare nuovi stimoli e conoscere gli ulteriori propositi che i nuovi assetti dell’economia e della società hanno via via manifestato (anche in modo repentino). Nuovi fatti che hanno inevitabilmente già indotto molti professionisti a riconsiderare il valore e l’utilità vitale dello spazio e del tempo in un’ottica di innovazione del modo di lavorare e, oserei dire, nel modo di “essere professionisti”.

Modelli che si potrebbero addirittura considerare già storia, come la sharing economy e opportunità rappresentate dall’avvento dell’app economy e la più attuale bot economy, fanno subito comprendere quale livello di metamorfosi abbia interessato il sistema economico e offerto alla società la proposta, piaccia o no, di nuove modalità in termini di presenza nel territorio di riferimento, di comunicazione e di diverso, certo più dinamico, impiego del proprio tempo.

La velocità con cui ciò è avvenuto è impressionante e mette nelle condizioni di consapevolizzare che il domani è, ormai, l’immediato e il dopodomani è proprio il tempo che non si può fare a meno di ritenere quale momento prossimo cui rivolgersi per cogliere l’avvincente sfida dello sviluppo.
Molto si è già fatto. Molti professionisti, infatti, hanno rielaborato con progetti innovativi il modus operandi riguardante, ad esempio, anche le relazioni con i clienti attraverso modelli di smart contact e si sono cimentati nello sviluppo di utilità come alcune applicazioni per smartphone o tablet; hanno riconsiderato la possibilità di attuare innovative modalità di organizzazione interna della propria struttura e di condivisione, nello svolgimento delle funzioni, con altri professionisti a prescindere dalla loro posizione geografica (in parte, il network professionale e la rete d’impresa hanno in Italia rappresentato un timido apripista in tal senso).

Ma di cosa si tratta effettivamente quando parliamo di prossimo futuro? E, conseguentemente, al di là dei modi di “sentirsi professionisti” del futuro, quali competenze, oltre quelle tipiche dello specifico ambito professionale di applicazione, il “professionista del dopodomani” dovrà avere per contestualizzarsi perfettamente nel “nuovo mondo sviluppato ed innovato”?

Certamente la risposta a queste domande non può e non deve essere agevole e scontata, ma ciò non esime dal tener presente scenari già in atto, in ulteriore via di sviluppo e che possano, quantomeno, indirizzare ogni professionista verso adeguate conoscenze che gli consentiranno di non essere escluso, in parte o totalmente, dal campo di azione, dalla propria realtà socio-economica di riferimento.

Giusto per iniziare, va detto quanto sia necessario cogliere i sempre più chiari e delineati segnali del fenomeno ormai conosciuto della Smart City e della c.d Platform revolution (Platform Revolution: How networked markets are trasforming the economy and how to make them work for you, Parker, Van Alstyne, Choudary, W. W. Norton&Company, 2017) di cui la città di Singapore – e non solo – è già un avanzato esempio.

Un esempio di come la realtà prossima, non sia parte di una prospettazione fantasiosa e futuristica, ma sia realmente alle porte.
Confini, distretti, dunque, “pezzi” di spazio-rete in cui la società civile (istituzioni, mondo dell’impresa e persone) si relazionano in modo innovativo, ma realizzando sempre la stessa, tipica e antica forma di interconnessione volta allo scambio di beni e servizi (diversificati e seconda delle epoche, ovviamente).

Alla realizzazione di ciò, fondamentale risulta essere la possibilità di connettere intelligenze, indipendentemente dalla loro vicinanza o lontananza fisico-territoriale; tutte impiegate per la ricerca di una soluzione condivisa di problematiche economiche e sociali, nonché per la proposta condivisa di nuovi orizzonti ed opportunità professionali, imprenditoriali e commerciali.

Scontato risulta il richiamo al ruolo principale della tecnologia, della robotica e dell’intelligenza artificiale; tutte viste, spesso e volentieri, come le vere minacce per la figura dell’uomo nel suo ruolo generico di lavoratore, piuttosto che come ausilio allo sviluppo dei ruoli stessi.

La Smart City, o Città – Stato  – concetto che riaffiora e che ci solleva maggiormente vista la sua connotazione più vicina alla cultura storico-politica italiana – non deve intimorire: in un siffatto sistema è senza dubbio rivalutato l’individuo, il singolo, in quanto parte attiva ed “intelligenza” autentica (umana) e non artificiale, individuo non più individualista, ma parte di un contesto di condivisione nei suoi futuri impieghi e nella fase della prestazione lavorativa e professionale, intellettuale.

Non meno rivalutata, rinnovata, sarà la figura del professionista che dovrà certamente essere dotato di un background diversificato per riuscire ad immaginare, guardare a mondi possibili e ricercare soluzioni a problemi concreti e astratti (in tal senso https://alleyoop.ilsole24ore.com/2017/04/27/per-le-professioni-del-futuro-bisogna-studiare-la-filosofia/, Per le professioni del futuro bisogna studiare filosofia, Angela Bonavoglia). Il ruolo del commercialista, dunque, non sarà estraneo a questa rivoluzione, in quanto figura intermedia tra Città – Stato ed economia, in un ambito determinato da nuove realtà che interesseranno le imprese e le famiglie in relazione tra loro e tra loro e la Città – Stato; relazioni certamente coinvolte da probabili innovazioni anche sotto il profilo di talune discipline, prima tra tutte il diritto privato e, con ogni probabilità, anche tributario.

Un aspetto non futile e non ultimo per importanza emerge dall’interrogativo intorno all’individuazione del paradigma delle relazioni tra soggetti economici e, a tal proposito, ci si dovrà chiedere quali regole ispireranno le nuove interconnessioni tra soggetti compartecipi alla Città – Stato nella loro nuova veste certamente smart, ma pur sempre microeconomica.

Regole, dunque, non solo di rango normativo, ma etico e morale: a parere di chi scrive, riemergerà da questi interrogativi la necessità di ricostruire un capitalismo classico rispolverato dal passato e ispirato ai principi di moralità degli attori dei mercati, forse sempre egoisti alla maniera smithiana, ma interessati da nuovi canoni di relazione per il raggiungimento di un equilibrio di mercato; inoltre, come già accennato, interessati da mutamenti ricadenti nell’ambito dei diritti soggettivi ed interessi legittimi riqualificati e, al contempo, esternalizzati attraverso la struttura e la portata di norme che impatteranno sullo svolgimento dei comportamenti di rango privatistico economico all’interno di un luogo reale, per quanto più che mai virtualizzato, detto mercato.

Nonostante la portata innovativa del contesto, non può che riconfermarsi, quale mezzo di affermazione e certezza dei diritti privatistico-commerciali e contemperamento di interessi pubblici e privati tipici dell’espressione/esito del mercato e della libertà economica (anche familiare nell’ambito della disposizione del patrimonio, ad esempio), il ruolo preminente del diritto e delle figure intermedie -tra i vari attori di mercato- capaci di ausiliare i soggetti economici stessi nell’inquadrare in modo corretto e giusto (rectius, codificato) le proprie e rispettive istanze, volte necessariamente al raggiungimento di interessi che, sebbene tipici del vantaggio privato, non possono essere trascurati dagli scopi delle norme di tutela dell’interesse pubblico.

Non può essere, dunque, trascurata la ricerca e lo studio del fenomeno (o della serie di fenomeni) di cui fin qui si è detto, per quanto possibile; nuovi orizzonti di ricerca che gli attori istituzionali ed economico-giuridici dovranno accompagnare, stimolando, direttamente o indirettamente a seconda degli specifici ruoli, quella cultura della società futura ed, in primis, dell’individuo di un dopodomani nel suo nuovo spazio e nel suo nuovo tempo. Insomma, nella sua prossima, nuova realtà vitale e, naturalmente, giuridicamente inquadrata.

Ultime considerazioni devono essere per forza di cose rivolte al cittadino-persona nell’accezione di fruitore dell’economia e dei suoi obiettivi, nonché come unico e vero domatore del mercato laddove rappresenta un profilo di sensibilizzazione dell’etica globale della produzione attraverso la propensione al consumo critico.

Nell’ambito della smart city, infatti, non si può evitare di considerare che il contesto di riferimento parte, comunque, dall’analisi dei rapporti tra persone ed economia.

Sono questi, appunto, i rapporti che affronteranno un mutamento rivoluzionario, soprattutto in quanto l’individuo verrà posto al centro di un contesto economico e istituzionale che lo vedrà destinatario dell’offerta di servizi rispondenti ai reali bisogni.

Un cittadino che, al contempo, diverrà un “portatore/flusso” sempre aperto di dati.

La partecipazione attiva del cittadino in quello che può essere definito uno Smart Lab, lo proietta verso un percorso partecipativo e sperimentale all’interno del quale potrà contribuire a rendere i propri bisogni “fruibili dal servizio” (rectius, appagabile dal servizio”). Il sistema classico non prevede questo “capovolgimento” ed è il servizio ad essere fruibile da chi lo domanda.

In questo contesto di partecipazione attiva, un primo spunto di riflessione concerne il ruolo delle istituzioni nazionali e locali che concretamente dovranno interessarsi, in prima battuta, dell’alfabetizzazione del cittadino tipo, in modo tale da non creare delle sacche di soggetti al di fuori del perimetro di soddisfazione diffusa dei bisogni; ed in più saranno chiamate a governare una rivoluzione che richiede sempre e comunque il riassetto e il mantenimento di imprescindibili equilibri.

Un altro spunto di riflessione riguarda, ad esempio, il percorso culturale del cittadino rispetto all’innovazione dei rapporti regolamentati dal diritto e la metamorfosi che vede il cittadino stesso allontanarsi dal concetto privatistico della “proprietà”: la sharing economy (economia della condivisione) – che tanti benefici apporta alla quotidianità del cittadino stesso (soddisfatto non solo nei propri bisogni, ma anche nei propri desideri) – ha in questi anni allontanato il “cittadino smart” dalla consapevolezza della “proprietà”(ad esempio di un’automobile) per agevolare il possesso di un bene per alcuni minuti o ore della giornata.

Pertanto, nell’ambito della Smart City si dovrà intravedere un mutamento di alcuni aspetti rilevanti del diritto privato e anche del diritto in generale, ma anche della qualificazione del concetto di dotazione di beni che sino ad oggi tipicamente ha strutturato il senso di benessere dell’individuo.

Non è escluso dalla rivoluzione in essere neanche il contesto economico produttivo e il sistema del consumo di una Nazione o territorio (che diviene sempre meno geografico per divenire sempre più virtuale e legato alle possibilità ultra-territoriali di essere connessi).

Mutato è il rapporto microeconomico dei soggetti che interagiscono nell’ambito della produzione e del consumo di beni e servizi, laddove la fiducia che un mercato richiede non è più fondata sulla vicinanza o “empatia” dei soggetti vicini in un territorio, ma è legata alla capacità di partecipare alla rete di rapporti virtuali, attivandosi virtuosamente nell’economia globalizzata e globalizzante.

Anche le economie “locali” ed i conseguenti rapporti guarderanno gli orizzonti in modo completamente differente e i soggetti economici interagenti in un mercato saranno ispirati a combinazioni fiduciarie non più personali e ben distinte dalla fiducia che fino a qualche tempo fa ha caratterizzato ogni incontro tra domanda e offerta.

Un aspetto affascinante ancora da ribadire: come già si ha avuto modo di accennare, sarebbe utile rivedere e rileggere alla luce delle innovazioni in essere i principi fondamentali dell’economia classica, la cui rivisitazione porterebbe di certo ad una nuova era rivitalizzante della stessa economia, anche in ambito politico e sociale: procedere in questo senso potrebbe significare ricostruire un capitalismo etico perché rifondato con basi normative ed istituzionali derivanti da un nuovo modo di pensare alla filosofia morale e blindarla da distorsioni che la libertà individuale nei mercati spesso ha comportato.

Francesco Zappia
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