| Quattro giorni dopo le scosse, il Venezuela non smette di contare i suoi morti. Il bilancio aggiornato al 29 giugno parla di oltre 1.450 vittime accertate, 3.238 feriti e quasi 50.000 dispersi. Nella notte tra il 24 e il 25 giugno, due scosse devastanti hanno colpito la costa caraibica settentrionale del Venezuela a soli 39 secondi di distanza. Il doppio impatto ha moltiplicato i danni: edifici già indeboliti dalla prima scossa sono crollati definitivamente con la seconda. Gli stati di Trujillo, Carabobo, Miranda e La Guaira sono i più colpiti. Solo nella provincia costiera di La Guaira, la più vicina all’epicentro, sono crollati oltre cento edifici, coinvolgendo circa 70.000 famiglie e causando 164 morti accertati in quella sola area. L’aeroporto internazionale di Caracas è gravemente danneggiato — ampie porzioni del tetto del terminal sono venute giù — rendendo difficile l’arrivo dei soccorsi internazionali proprio nelle ore più critiche. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha proclamato lo stato di emergenza nazionale. Il numero dei dispersi — quasi 50.000 — è quello che più spaventa i soccorritori. Secondo la piattaforma Desaparecidos Terremoto Venezuela, oltre 49.000 persone risultano segnalate come irreperibili: famiglie spezzate, quartieri interi sommersi dalle macerie, zone rurali ancora inaccessibili perché le strade sono distrutte. Il dramma tocca direttamente anche l’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato tre vittime con cittadinanza italiana, 5 feriti e 35 dispersi nella comunità italo-venezuelana. Una diaspora numerosa e radicata, quella italiana in Venezuela, costruita nel dopoguerra da generazioni di emigranti che avevano trovato fortuna in un paese allora ricco di petrolio e speranza. Oggi quella stessa comunità è tra le più colpite da un sisma che non lascia scampo. La Farnesina ha attivato i canali consolari e sta collaborando con le autorità locali per localizzare i dispersi. Una corsa contro il tempo, in un paese dove le comunicazioni sono intermittenti e le istituzioni faticano a reggere il peso dell’emergenza. Il paradosso venezuelano: ricchi di risorse, poveri di tutto il resto Il Venezuela è uno dei paesi con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Eppure da anni è sinonimo di miseria, migrazione forzata, infrastrutture fatiscenti, ospedali senza medicine, palazzi costruiti fuori norma perché la corruzione ha svuotato ogni controllo. Quando il terremoto ha colpito, non c’era niente a reggere l’urto. Né edifici antisismici, né una protezione civile efficiente, né un sistema sanitario in grado di gestire migliaia di feriti contemporaneamente. L’ONU stima che il sisma abbia causato danni pari al 6% del PIL nazionale — in un’economia già al collasso, questo significa anni di ulteriore regressione. La crisi umanitaria si sovrappone così a quella politica e a quella economica, in un intreccio che rischia di diventare inestricabile. Il Venezuela brucia, e il mondo guarda — distratto da mille altre crisi simultanee. Ma questa tragedia porta con sé una lezione che vale per tutti: la resilienza non si improvvisa nell’emergenza. Si costruisce negli anni quieti, con politiche serie, infrastrutture sicure, istituzioni credibili e un welfare che non lasci indietro nessuno. dalla Redazione ©RIPRODUZIONE RISERVATA |
Il terremoto che ha spezzato il Venezuela

























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