Il pianeta che scotta: il 2026 verso l’anno più caldo mai registrato


Mari roventi, ghiacci ai minimi, emissioni ancora in salita: la fotografia di un clima fuori equilibrio

Il 2026 si candida a diventare l’anno più caldo mai misurato dall’uomo, superando persino il record del 2024. Dietro questa previsione, formulata da diversi istituti scientifici internazionali, ci sono numeri che raccontano un pianeta sempre più sotto pressione.

Un’estate di record
Il mese di giugno è stato il più caldo di sempre in Europa occidentale e il secondo più caldo mai registrato a livello globale, secondo i dati diffusi dal Copernicus Climate Change Service (C3S), il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea. L’ondata di calore ha colpito duramente sia la terraferma sia gli oceani, spingendo le temperature superficiali del mare a livelli mai visti per quel periodo dell’anno.
Non è andata meglio nei mesi successivi. Ad agosto, secondo il servizio Climate Pulse dell’ECMWF, la temperatura media dei mari (escluse le aree polari) ha toccato i 21 gradi, ben oltre la media storica 1991-2020. In Italia, luglio è stato il mese più caldo mai registrato, superando il precedente primato del 2003: gli esperti sottolineano come le ondate di calore non siano più episodi isolati, ma una caratteristica ormai strutturale delle estati italiane, dominate dalla presenza costante dell’anticiclone africano.

La soglia di 1,5 gradi sempre più vicina
Il quadro non riguarda solo i mesi estivi. Secondo le proiezioni della Met Office britannica, elaborate per conto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2026 sarà il quarto anno consecutivo con una temperatura media globale sopra 1,4 gradi rispetto ai livelli preindustriali, attestandosi intorno a 1,46 gradi.
Guardando più avanti, il rapporto quinquennale della WMO stima una probabilità del 91% che almeno uno degli anni tra il 2026 e il 2030 superi temporaneamente la soglia simbolica di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi, e una probabilità del 75% che la media dell’intero quinquennio la ecceda in modo continuativo. Un singolo anno sopra questa soglia non equivale, dal punto di vista scientifico, al superamento definitivo dell’obiettivo climatico, che si misura su un orizzonte di vent’anni. Ma la frequenza crescente di questi episodi è considerata un segnale d’allarme.

Ghiacci in ritirata, emissioni in crescita
Sul fronte dei ghiacci, i dati non sono incoraggianti: ad aprile l’estensione del ghiaccio marino globale è risultata la quinta più bassa in 48 anni di osservazioni, con l’Artico al secondo posto storico per scarsità di ghiaccio. Proprio la regione artica continuerà a scaldarsi più velocemente delle altre: nei prossimi cinque inverni le temperature artiche sono previste 2,8 gradi sopra la media, un valore quasi tre volte e mezzo superiore all’incremento medio globale.
Nel frattempo, le emissioni globali di CO2 di origine fossile non accennano a diminuire: secondo il rapporto 2025 del Global Carbon Project, presentato in occasione della COP30, le emissioni proiettate per il 2025 ammontano a 38,1 miliardi di tonnellate. La decarbonizzazione dei sistemi energetici, per quanto in corso in molti Paesi, non riesce ancora a compensare la crescita della domanda globale di energia.

Un fenomeno che non risparmia nessuno
I numeri aggregati rischiano però di nascondere una realtà più complessa e diseguale. Nel 2025 il 9,1% della superficie terrestre ha registrato la propria temperatura media annuale più alta di sempre, con circa 770 milioni di persone — l’8,5% della popolazione mondiale — che hanno vissuto in aree colpite da record termici. La maggior parte di queste persone vive in Asia, una concentrazione che le narrazioni climatiche europee tendono spesso a sottovalutare.
A complicare il quadro contribuisce anche la variabilità naturale del sistema climatico: a gennaio 2026, mentre la temperatura media globale si manteneva tra le più alte mai registrate, l’Europa ha vissuto un mese eccezionalmente freddo, il più rigido dal 2010. Un contrasto che mostra come il riscaldamento globale non si traduca ovunque, e sempre, in caldo uniforme, ma alteri gli equilibri atmosferici generando anche eventi estremi di segno opposto.

Cosa aspettarsi
Sullo sfondo resta l’incognita del prossimo grande rapporto di sintesi dell’IPCC (AR7), atteso non prima della fine del 2029: un tempo lungo, durante il quale — osservano diversi climatologi — il budget di emissioni compatibile con l’obiettivo di 1,5 gradi rischia di esaurirsi comunque. Nel frattempo, gli osservatori concordano su un punto: il 2027 potrebbe rivelarsi ancora più caldo, complice l’atteso arrivo di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che scalda le acque superficiali del Pacifico e che si ripresenta mediamente ogni cinque anni.

dalla Redazione
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