| Quattro virgola sette milioni di persone. Quasi un adulto su dieci in Italia dedica parte del proprio tempo a fare qualcosa per gli altri, senza aspettarsi nulla in cambio. Eppure fino a pochi mesi fa era quasi impossibile rispondere a una domanda semplice: quante sono, dove sono, cosa fanno esattamente le organizzazioni non profit italiane? Il 29 maggio 2026, alla Sala G. Matteotti di Palazzo Theodoli-Bianchelli, a pochi passi da Montecitorio, viene presentato ufficialmente l’Atlante del Terzo Settore: una piattaforma digitale promossa da Fondazione Terzjus ETS e Italia Non Profit che si propone di rendere leggibile, per la prima volta in modo sistematico, l’Italia del bene comune. Un settore enorme che nessuno conosceva davvero I numeri, quando li metti in fila, sorprendono anche chi lavora nel settore da anni. Il terzo settore italiano conta oggi 144.290 enti iscritti al RUNTS (il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, aggiornato al 4 maggio 2026), ma la platea reale è molto più ampia: si stima che oltre 360.000 enti siano attivi sul territorio nazionale, tra associazioni, cooperative sociali, fondazioni, organizzazioni di volontariato. Insieme generano un valore economico di circa 84 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL nazionale. Impiegano oltre 820.000 lavoratori, il 93% dei quali con contratto dipendente — una percentuale superiore di quattro punti al settore privato tradizionale. E poi ci sono loro, i volontari: 4,7 milioni di persone, il 9,1% della popolazione adulta. Oltre la metà opera in presenza, il 34% combina presenza e digitale, il 5% lavora esclusivamente online. Il paradosso è che fino a poco tempo fa questo universo era, dal punto di vista dei dati, praticamente cieco. “Il terzo settore italiano era uno dei pochi grandi settori economici e sociali del paese privo di un’infrastruttura informativa capace di rendere i propri dati accessibili, interrogabili e analizzabili in modo sistematico”, ha dichiarato il team di Italia Non Profit al momento del lancio. L’Atlante e il Data Hub: strumenti gemelli per la trasparenza Due strumenti, lanciati a poca distanza l’uno dall’altro, che si completano. L’Atlante del Terzo Settore (online dal 7 maggio su atlante.italianonprofit.it) è una piattaforma di informazione, comunicazione e formazione: raccoglie analisi tematiche, statistiche, approfondimenti sulla riforma del Codice del Terzo Settore, e offre una community per operatori, istituzioni e cittadini. Non è solo un archivio: è pensato per chi lavora sul campo e ha bisogno di capire le regole, orientarsi tra le opportunità, confrontarsi con altri. Il Non Profit Data Hub di Italia Non Profit — già soprannominato “il Bloomberg del terzo settore” — è invece la banca dati vera e propria. Integra i dati del RUNTS con quelli del 5×1000, le rilevazioni ISTAT e altre fonti ufficiali, e li rende navigabili attraverso un motore di ricerca avanzato e un agente di intelligenza artificiale. Si può analizzare la distribuzione territoriale degli enti, confrontare tipologie organizzative, costruire benchmark. Per chi fa ricerca, pianificazione sociale o filantropia strategica, è un cambio di paradigma. La grande svolta fiscale: dal 2026 cambiano le regole del gioco Se l’Atlante è una novità per l’esterno, sul fronte interno le organizzazioni non profit stanno affrontando una rivoluzione silenziosa ma profonda: la piena entrata in vigore della riforma fiscale del Codice del Terzo Settore. Dal 1° gennaio 2026 — dopo l’autorizzazione dell’Unione Europea arrivata il 7 marzo 2025 — sono diventate operative le norme fiscali del Titolo X del CTS, rimaste in stand-by per anni. La Circolare n. 1 del 19 febbraio 2026 dell’Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti ufficiali su un sistema che cambia su più fronti. I due nuovi regimi forfetari. Gli enti iscritti al RUNTS possono ora optare per due regimi semplificati per la determinazione del reddito. Il regime dell’art. 80 è quello generale, applicabile a qualsiasi ETS non commerciale. L’art. 86 disciplina invece il regime specifico per alcune categorie. Per le organizzazioni più piccole, con flussi finanziari limitati, può significare una gestione contabile molto più snella. Il test di non commercialità. Le attività di interesse generale sono considerate non commerciali quando sono svolte gratuitamente oppure con corrispettivi che non superano i costi effettivi. C’è anche una tolleranza: se i ricavi superano i costi di non oltre il 6%, per un massimo di tre periodi consecutivi, l’attività mantiene il carattere non commerciale. Una clausola pensata per la realtà operativa degli enti, che spesso faticano a coprire esattamente i costi. La fine del regime ONLUS. Dal 2026 cessa definitivamente la possibilità di operare come ONLUS. Chi era iscritto all’Anagrafe delle ONLUS al 31 dicembre 2025 e ha presentato domanda di iscrizione al RUNTS entro il 31 marzo 2026, acquisisce la qualifica di ETS con decorrenza retroattiva al 1° gennaio. Chi non lo ha fatto si trova in una zona grigia normativa che richiede attenzione immediata. Perché questa storia conta, anche per chi non è del settore È facile liquidare il terzo settore come “il mondo del volontariato” — una cosa bella, certo, ma marginale rispetto alla grande economia. I numeri smentiscono questa lettura. 84 miliardi di euro di valore prodotto. 820.000 lavoratori. Una crescita del 10% annuo che non conosce crisi. E soprattutto: servizi sociali, sanitari ed educativi che lo Stato non riesce a garantire da solo. Dove lo Stato arriva tardi o non arriva, spesso c’è un’associazione, una cooperativa, una fondazione. A volte con risorse minime, a volte in condizioni di precarietà strutturale. La trasparenza — quella che l’Atlante e il Data Hub provano a costruire — serve a tutto questo. Serve ai donatori per scegliere meglio. Serve ai Comuni per pianificare i servizi. Serve al Parlamento per legiferare in modo informato. Serve alle stesse organizzazioni per capire il contesto in cui operano, trovarsi, fare rete. Restano nodi aperti: la precarietà di chi lavora nel settore, la frammentazione degli enti più piccoli, il ritardo cronico nei finanziamenti pubblici. Una mappa dice dove sei, a tenere insieme pezzi di paese che altrimenti cadrebbero. Annalisa Guadalupi ©RIPRODUZIONE RISERVATA |
Il terzo settore italiano esce dall’ombra: 84 miliardi di economia invisibile, finalmente con una mappa


























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