Ungheria, il presidente cade: ora tocca a lui firmare la propria destituzione

Budapest smantella l’eredità di Viktor Orbán un pezzo alla volta, e stavolta a saltare è la poltrona più alta dello Stato. Il parlamento ungherese ha approvato lunedì l’emendamento costituzionale che rimuove dall’incarico il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, fedelissimo dell’ex premier ed eletto nel 2024 proprio grazie ai voti di Fidesz. Il via libera è passato con la maggioranza di oltre due terzi che il partito Tisza del premier Péter Magyar ha conquistato dopo la vittoria elettorale di aprile. Fidesz ha disertato il voto per protesta, mentre Orbán, in viaggio negli Stati Uniti per le semifinali dei Mondiali, ha affidato a un post su Facebook la denuncia della “morte della democrazia ungherese”.

Il paradosso è servito: per diventare effettiva, la norma deve passare dalla firma dello stesso Sulyok, che ha cinque giorni di tempo per decidere. Se rifiuta, si apre un procedimento di impeachment con l’accusa di violazione della Costituzione. Magyar gli aveva chiesto da tempo dimissioni spontanee, bollandolo come “marionetta di Orbán”: il presidente ha sempre risposto di no. Il ruolo, in Ungheria, è in gran parte cerimoniale, ma pesa: Sulyok conserva il potere di veto sospensivo sulle leggi, un ostacolo che il nuovo governo non poteva permettersi mentre prova ad accelerare le riforme promesse in campagna elettorale.

L’emendamento va oltre il singolo caso Sulyok. Introduce un tetto di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale, pensato per far decadere in blocco la componente più vicina a Orbán, e un limite di 12 anni ai mandati parlamentari, che di fatto chiude la porta a un suo eventuale ritorno in aula. A giugno era già arrivato un tetto di 8 anni per la carica di primo ministro; martedì la tv pubblica MTVA si è scusata pubblicamente per anni di propaganda filogovernativa, sospendendo i programmi in attesa delle riforme.

Non tutti applaudono il metodo. Amnesty International e Human Rights Watch parlano di una rimozione “ad personam” che ricorda proprio le pratiche dell’era Fidesz. Chi difende la scelta, come l’ex presidente della Corte Suprema András Baka, la considera invece il prezzo necessario per rifondare le istituzioni ungheresi dopo sedici anni di governo Orbán.


dalla Redazione
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