| Da domenica 19 luglio, in tutta l’Unione europea, le grandi aziende che vendono abbigliamento, calzature, borse e accessori non possono più distruggere i prodotti invenduti come se fossero un problema da smaltire in fretta. Lo prevede il Capo VI del regolamento Ecodesign (Ue 2024/1781, ESPR), entrato in vigore proprio in questi giorni: una norma tanto attesa quanto radicale per un settore che, secondo le stime della Commissione europea, distrugge ogni anno tra il 4 e il 9% dei tessili invenduti, per circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2 — quasi quanto le emissioni nette della Svezia nel 2021. Il divieto riguarda per ora solo le grandi imprese: le medie avranno tempo fino al 2030, mentre micro e piccole aziende restano escluse. Per “distruzione” la norma intende le fasi finali della gerarchia dei rifiuti — riciclaggio, altro recupero, smaltimento — mentre restano fuori ricondizionamento e rifabbricazione, che infatti diventano le strade maestre indicate alle imprese. Qui entra in gioco il Terzo settore. Prima di poter smaltire un capo invenduto, l’azienda deve dimostrare di averlo offerto in donazione ad almeno tre enti dell’economia sociale stabiliti nell’Unione, oppure di averlo pubblicato per almeno otto settimane su una pagina accessibile del proprio sito. Solo se nessuno lo accetta, la distruzione torna legittima — insieme ad altre deroghe previste per motivi igienico-sanitari, inidoneità del prodotto o violazione di diritti di proprietà intellettuale, nodo particolarmente sentito dai marchi con forte identità di design. Per cooperative sociali, associazioni ed enti caritativi che da anni si occupano di raccolta e redistribuzione di abbigliamento, la norma trasforma un canale finora residuale in una leva strutturale: non più donazioni occasionali di fine stagione, ma un flusso regolare e tracciabile di merce integra, spesso mai indossata. Le imprese, dal canto loro, dovranno rendicontare ogni anno — dal 2027 per le grandi, dal 2030 per le medie — quantità, peso e destinazione finale di ciò che non riescono a vendere, rendendo pubblico e verificabile quanto davvero finisce in donazione. Resta un nodo aperto, segnalato da più osservatori del settore: il rischio che i grandi gruppi dirottino l’invenduto verso magazzini e negozi extra-Ue, dove il regolamento non si applica, aggirando di fatto l’obbligo. Una scommessa, quella europea, che si gioca ora sulla capacità di tracciare davvero ogni capo, non solo di vietarne la distruzione sulla carta. Annalisa Guadalupi ©RIPRODUZIONE RISERVATA |
Moda, stop al macero: l’invenduto adesso ha un obbligo (e un indirizzo)


























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